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“The end of the f***ing world”, pronti ad innamorarvi?

(di Francesca Caon) E’ un destino atipico e speciale, quello toccato in sorte a “The end of the f***ing world”.

La serie, ideata dall’autore Jonathan Entwistle e basata sull’omonima graphic novel di Charles Forsman, esordì nel 2017 sull’emittente britannica on demand Channel 4 senza particolari clamori o risonanze ed ottenendo un consenso piuttosto limitato.

L’ingresso nel pregiatissimo catalogo Netflix, tuttavia, ha fatto di questa produzione la serie più discussa, acclamata e trionfale del momento.

Anche grazie alla viralità ottenuta in modo unanime su tutti i social network, è impossibile non esserne a conoscenza.

Il primo tra i punti a favore di questo bizzarro prodotto televisivo è certamente il riuscitissimo format.

Gli otto episodi – venti minuti ciascuno per un totale che non raggiunge le tre ore – ricalcano la conformazione del riuscitissimo trend introdotto da “Family Tree” (HBO, 2013) tra i primi, e più recentemente da “The Last Man on Earth” (Fox, quarta stagione in corso).

Serialità, rapidità di fruizione e successo sono sempre più spesso tre concetti ben legati tra loro.

A seguire, l’irriverenza sottile e mai banale che dal titolo si estende a macchia d’olio sui due protagonisti, James e Alyssa.

Il primo è un diciassettenne rimasto orfano di madre, carico d’odio nei confronti di chiunque e specialmente verso il padre bonario, che trae godimento nell’uccisione di animali – ma sogna di spingere le proprie pulsioni verso le estreme conseguenze, meditando un omicidio come fuga dall’assuefazione del quotidiano.

Incontrerà l’indomita Alyssa, cresciuta da una madre precisa e pedante fino all’ossessione ed un patrigno ambiguo, decisa a sfogare sul mondo il proprio istinto ribelle.

Grava su entrambi il peso insopportabile di una città piccola ed odiata, che incarna lo sfondo perfetto nella ricerca di una identità che sembra sfuggirgli.

Ben presto la ragazza decide di scappare e riesce a coinvolgere nella fuga il taciturno James, che accetta – convinto di fare di Alyssa la sua prima vittima – e ruba l’auto del padre non prima di avergli sferrato un pugno in pieno volto.

Più aumentano i giorni trascorsi assieme, più sfuma l’idea dell’omicidio; nasce anzi nel cuore del giovane un embrione d’amore, sentimento nuovo perché mai sperimentato prima, che lo porterà gradualmente a godere di attimi di autentica empatia mentre le loro gesta attireranno le attenzioni della polizia schierata sulle loro tracce.

Last but not least, la sorprendente bravura degli attori protagonisti.

James è Alex Lawther, apparso in un episodio di Black Mirror, e Jessica Barden – già nota per il ruolo della prostituta Justine in Penny Dreadful, interpreta la complessa Alyssa.

L’alternanza costante di linguaggi narrativi è una caratteristica fondamentale per comprenderne il successo: si spazia dal comedy ai toni drammatici fino a quelli di gusto squisitamente crime, e tutti giocano un ruolo equilibrato nella tessitura della trama e dei suoi svolgimenti.

“The end of the f***ing world” è riuscita in un piccolo miracolo: quello di trattare l’adolescenza non come un totem incastonato di cliché e che finisce col sovrastare le peculiarità dei protagonisti, ma piuttosto come un racconto ricco di sfaccettature in grado di aprire prospettive non banali su temi già troppo abusati.

Le mille maschere di questa serie ne rendono difficile se non impossibile l’identificazione.

Divertente, triste, romantica, truce e brutale, drammatica, carismatica, sempre imprevedibile; “The end of the f***ing world” è un microcosmo dell’animo umano perfetto per complessità.

Per questo riguarda noi tutti.

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