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Le “teste composte di Arcimboldo” per la prima volta a Roma

Prima monografica a Roma, dal 19 ottobre 2017 all’11 febbraio 2018 presso la Galleria Nazionale d’Arte Antica – Palazzo Barberini, dedicata al protagonista dell’Altro Rinascimento, Giuseppe Arcimboldo.

In mostra una ventina di capolavori autografi, disegni e dipinti di Giuseppe Arcimboldi – nato a Milano nel 1526 – provenienti da Basilea, Denver, Houston, Monaco di Baviera, Stoccolma, Vienna, Como, Cremona, Firenze, Genova e Milano. Una vera rarità vista la difficoltà di ottenere i prestiti delle sue opere da altri musei e da privati.
La mostra, organizzata dalle Gallerie Nazionali di Arte Antica e da Mondo Mostre Skira, è curata da Sylvia Ferino-Pagden, una delle maggiori studiose di Arcimboldo e già Direttore della Pinacoteca del Kunsthistorisches Museum di Vienna.
Un volume, edito da Skira, accompagnerà ed esplicherà attraverso scritti della curatrice e di Giacomo Berra, Andreas Beyer, Giuseppe Olmi, Lucia Tongiorgi Tomasi, Shinsuke Watanabe, i temi trattati dall’esposizione.

Formatosi alla bottega del padre – nell’ambito dei seguaci di Leonardo da Vinci – Arcimboldo, pittore, ma anche poeta e filosofo, è celebre soprattutto per le famose teste composte di frutti e fiori.
Piuttosto evidente è il suo debito verso le deformazioni fisionomiche di Leonardo, ma ancor più palese è quello verso la straordinaria diffusione di enigmatiche decorazioni a grottesche e verso altre più esplicite elucubrazioni alchemico-pittoriche del tempo.

Nei suoi lavori nulla è come sembra: a volte basta capovolgere il dipinto per accedere a una realtà prima invisibile (il cesto di frutti o ortaggi che si trasforma in un volto), in altri casi l’artista invita l’occhio dei sapienti a decifrare simboli e allegorie rivelatrici di complesse corrispondenze tra microcosmo e macrocosmo.
La sua pittura brillantemente materiale canta dunque l’immaterialità dell’universo, aggiungendo elementi nuovi al filone cinquecentesco del “buffo” inaugurato dalle caricature di Leonardo e alla tradizione più antica delle grottesche, cui pure si ispira.

Grazie alle sue “bizzarrie” e alle sue “pitture ridicole”, è stato uno dei protagonisti della cultura manierista internazionale, esponente di una corrente artistica, scientifica, filosofica e umanistica lontana da quella classicheggiante della Roma dell’epoca. Apprezzato dalle corti asburgiche di Vienna e Praga, al servizio di Ferdinando I, Massimiliano II e Rodolfo II, Arcimboldo guadagnò persino il titolo nobiliare, rarissimo per gli artisti, di “Conte Palatino”.

In mostra notissimi capolavori come le serie delle Stagioni e degli Elementi, dipinti per i regnanti della Casa Reale d’Asburgo, L’Ortolano, Il Giurista e Il Cuoco, ma anche arazzi, ritratti e le vetrate realizzate per il Duomo di Milano, insieme ai preziosi disegni acquerellati per le feste della corte austro-ungarica, di cui l’artista fu vulcanico regista, costumista e scenografo.

E poi curiosi oggetti provenienti dalle wunderkammer imperiali, alla cui formazione Arcimboldo contribuì come artista e come consigliere, segnalando a Massimiliano II e Rodolfo II le più ardite meraviglie da acquistare.
Furono proprio i lunghi soggiorni a Vienna e a Praga, infatti, a regalare le maggiori soddisfazioni al pittore lombardo, al punto da meritargli il prestigioso titolo di Conte Palatino.
Se le sue composizioni conquistano per lo spirito giocoso, la figura di Arcimboldo è avvolta da un alone esoterico, era iniziato ai misteri della cabala e dell’alchimia, oltre che legato agli ambienti del Neoplatonismo caratteristici di certa cultura dell’epoca.

Dimenticato per lunghi secoli, Arcimboldo fu riscoperto nei primi decenni del Novecento da Dadaisti e Surrealisti, che lo apprezzarono per la vena ludica, il gusto per il mimetismo animale e vegetale, nonché per i rimandi della sua arte a realtà invisibili, pur non comprendendone appieno il simbolismo.
L’ artista venne considerato il più importante antesignano del Dadaismo e del Surrealismo.

Oggi la potenza visiva delle sue creazioni si commenta da sé: oltre il Manierismo cinquecentesco, oltre le avanguardie del Novecento, i capolavori di Arcimboldo veleggiano nel regno eterno delle icone, dove ogni spiegazione è superflua.
Francesca Di Giampietro

 

 

 

 

 

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