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Damien Hirst a Venezia con la mostra Treasures from the wreck of the unbelievable a Punta della Dogana e Palazzo Grassi.

A dieci anni dal suo ultimo lavoro di successo, Damien Hirst sceglie Venezia per il suo ritorno trionfale, controverso, esagerato ed attesissimo dai critici. L’artista, nato a Bristol 51 anni fa, e cresciuto a Leeds – è uno dei più celebri e quotati al mondo. La mostra Treasures from the wreck of the unbelievable (tesori dal relitto dell’incredibile) è il frutto di dieci anni di lavoro culminati appunto in un’esposizione monumentale che occupa fino al 3 dicembre Punta della Dogana e Palazzo Grassi, per la prima volta entrambi le sedi veneziane della Fondazione Pinault sono dedicati in contemporanea allo stesso artista.
Le aspettative per la mostra sono state ingigantite dallo stesso Hirst, molto abile nel provocare e far parlare di sé attraverso un’arte che è soprattutto un evento e un messaggio scioccante, irriverente o controverso.
Hirst vuole a tutti i costi strabiliare e provocare con la sua arte.
Il contenuto della mostra è stato appositamente tenuto nascosto fino all’ultimo momento: le poche immagini circolate insieme a due video brevissimi mostravano figure dai contorni misteriosi sul fondo del mare, o comunque circondate dall’acqua. L’unica giornalista ad aver anticipato qualcosa era stata Catherine Mayer in un articolo di fine marzo sul Financial Times, in cui raccontava di aver partecipato con un gruppo di sub a un’operazione di recupero di alcuni oggetti, naufragati insieme a un relitto misterioso Duemila anni fa al largo di una non meglio specificata costa dell’Africa orientale.
La mostra- allestita dalla curatrice Elena Geuna in quattro mesi- espone 189 oggetti recuperati in un relitto, ritrovato dagli archeologi nel 2008 e a cui Hirst si è interessato finanziando le delicate operazioni di recupero e di restauro. In realtà, com’è volutamente evidente da subito, tutti gli oggetti sono stati realizzati da Hirst e dai suoi collaboratori, mescolando materiali antichi e contemporanei, come il bronzo e l’oro con l’acciaio e i LED, busti di divinità egizie, greche e induiste, centinaia di sculture in bronzo, cristallo e marmo di Carrara impreziosite con pietre, ori, giade e malachite; statue di Topolino e Pippo, modellini dei Transformers, Mowgli che gioca con l’orso Baloo e due autoritratti di Hirst che si spaccia per Cif Amotan, il proprietario della barca affondata. L’artista ci invita a riflettere su un tema fondamentale nella nostra epoca, quella dei social e delle fake news, cioè come distinguiamo la verità dalla finzione. L’opera è un gioco, una metafora e una critica al mondo dell’arte, oltre che la creazione di un grande mito: come ha detto lo stesso Hirst, «tutto sta in quel che volete credere». A volerci credere, la leggenda narra che quello esposto è un tesoro vecchio 2mila anni ritrovato in fondo all’Oceano Indiano nel 2008. Il tesoro, appartenente a un liberto e collezionista originario di Antiochia vissuto tra la metà del Primo e l’inizio del Secondo secolo dopo Cristo, Cif Amotan II, era destinato per il tempio dedicato al dio Sole che aveva fatto costruire. Ma a causa del naufragio della nave che lo trasportava, l’Apistos (in greco “incredibile” ) il tesoro andò perduto, fino al ritrovamento da parte di una squadra di archeologi e all’interessamento di Hirst.

Un alone di mistero ed incredulità avvolge la mostra, che si fonda su questa ambivalenza: se e quanti siano gli oggetti che Hirst ha effettivamente fatto affondare e poi recuperato, e quanti invece provengano direttamente dal suo laboratorio. Il recupero dei tesori è “attestato” da fotografie, video e da un filmato proiettato a Palazzo Grassi, così come dalle didascalie che accompagnano gli oggetti esposti. Gli oggetti però sono evidentemente contemporanei e con incrostazioni fittizie e i filmati potrebbero essere stati girati con modellini in un acquario…..soprattutto, resta il dubbio su quale sia l’ipotesi più affascinante e coerente: che sia tutto uno scherzo o che effettivamente Hirst abbia portato avanti il gioco fino a ricreare l’affondamento di un vero vascello e il recupero dei suoi tesori.

La sensazione è che Hirst abbia voluto salvare, ricreare e reinventare, tutta l’arte antica con l’aggiunta di alcune spiazzanti opere pop e contemporanee, mescolandone gli stili e confondendone le linee temporali. La mostra sembra essere la metafora di un viaggio nel tempo dal risultato straniante.
Attraverso l’arte Hirst tenta di fermare e di combattere il trascorrere del tempo, la morte e la decomposizione, e per far ciò l’arte stessa si serve della morte. Questi i temi centrali nelle opere di Hirst, che ha ucciso farfalle per farne quadri e conservato pecore e vitelli immergendoli nella formaldeide.
Per questa mostra arriva addirittura ad affondare, forse solo idealmente un vascello, recuperandolo e salvando dall’acqua i tesori in esso contenuti. Il messaggio che Hirst riesce a comunicare è che in un periodo in cui pare che si sia già scritto, detto e inventato tutto, l’arte ha ancora qualcosa da dire e riesce ancora a stimolare la mente.

Francesca Di Giampietro

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