Di fatto il dopo Covid cambierà un po’ tutto. E questo vale sicuramente anche per cinema, festival e sale che avranno da vivere una seconda stagione tutta da inventare. 
Attualmente i dati sono i seguenti.

Un festival su tre ritiene che un’edizione online porti ad arricchire la programmazione e/o ad aumentare la visibilità dell’evento, mentre il 62% ha dichiarato di immaginare la prossima edizione in formato ibrido. Questi solo alcuni dei risultati di un questionario che nel mese di dicembre 2020 è stato sottoposto a 142 festival di cinema italiani da AFIC – Associazione Festival Italiani di Cinema con il sostegno del DGCA – MiC. Tra i festival del campione analizzato, il 43% ha sostenuto poi costi imputabili all’edizione online superiori ai 10.000 euro, mentre il 49% ha registrato un incremento degli incassi derivanti dai film rispetto all’anno precedente. Il 75% dei festival sostiene poi di aver subito la soppressione o una riduzione dei finanziamenti privati rispetto all’anno precedente, mentre lo Stato e gli Enti locali hanno dimostrato maggiore sensibilità e attenzione, perlopiù confermando il loro sostegno. Di fatto tra i vantaggi del ‘festival ibrido’, c’è la possibilità di allargare la platea degli utenti in maniera esponenziale (almeno tutti quelli tollerati dalla piattaforma di riferimento), una cosa che vale poi anche per gli eventi, come ‘masterclass’ o incontri con le star, che hanno come unico limite il fuso orario. E questo senza i costi, spesso proibitivi, del trasferimento delle star con rispettivo staff in loco (ovvero spese di aereo e albergo). 

Non sarà lo stesso per i grandi festival, come il Festival di Venezia e Cannes, dove a detta dei due direttori “la presenza è una grande Dea” e dunque i festival si fanno con talent, incontri stampa e tappeti rossi, ovvero con persone in carne e ossa nel rispetto anche della visibilità richiesta da sponsor e enti locali. 

Per quanto riguarda invece il destino delle sale, almeno secondo il giudizio di alcuni addetti ai lavori, è un futuro tra luci ed ombre, ma con sicuri cambiamenti radicali. “Questa lunga assenza dalla sala ha aumentato la disabitudine della gente, non creando troppa nostalgia del cinema che arriva nelle nostre case grazie alla tv – dice Pupi Avati -. C’è così un’offerta aumentata: mia moglie vede ormai tre film al giorno, mentre prima andavamo al cinema al massimo una volta a settimana. Per noi autori – continua il regista – comunque è la sala a comandare. C’è, insomma, la sacralità della sala, ma anche io ho il timore che molti cinema non apriranno”. Dello stesso parere Franco Montini, presidente del Sindacato Critici Cinematografici: “Ci si sta abituando all’assenza della sala e più passa il tempo più questa abitudine si consolida, cosa che fa davvero paura”. Più fiducia invece sul futuro delle sale cinematografiche da parte di Laura Delli Colli, presidente del Sindacato Giornalisti Cinematografici e della Fondazione Cinema per Roma: “Certo ci sarà una selezione nelle sale anche solo per i costi sanitari da sostenere per le bonifiche, ma vivranno sicuramente le multisale, perfette per il pubblico dei blockbuster, e potrebbero essere vincenti le sale di quartiere, quelle dove si va a piedi. A sopravvivere saranno strutture con valore aggiunto come l’Anteo di Milano”. E fa notare, sempre la Delli Colli, sia la perfetta sinergia tra esercenti e alcune piattaforme come nel caso di MioCinema, sia il rilancio dei cineclub anche grazie alle piattaforme “che abbinano al film presentazioni con gli autori”. Infine, da Piera Detassis l’augurio della convivenza di piattaforme e sale: “Ma queste ultime dovranno molto essere specializzate, sale multifunzionali dove si potrà mangiare, fare musica, e, se possibile, con gli stessi autori in sala. Ovviamente il film dovrebbe avere ‘finestre’ più corte (cioè la distanza temporale tra uscita in sala e utilizzo commerciale, ndr) e le sale probabilmente vivranno gli estremi: quelle dedicate ai blockbuster e quelle per il cinema indipendente, di qualità”.

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