La leggenda di Romolo aleggia intorno al sepolcro ritrovato – Roma

La leggenda di Romolo aleggia intorno al sepolcro ritrovato

 

La riscoperta presso il Foro di un misterioso ipogeo con sarcofago e altare arcaici, aggiunge un ulteriore heroon a quelli tradizionalmente collegati al culto del mitico fondatore di Roma.

 

Arch. Marco Proietti Ph. D.

 

Venerdi 21 febbraio alle ore 11,00, in una radiosa mattinata quasi primaverile, la Direttrice del Parco archeologico del Colosseo, Alfonsina Russo, ha presentato ad un numeroso pubblico di addetti stampa italiani e stranieri una tra le novità dagli scavi  presso la Curia Comitium.

Tra il 1930 ed il 1939 importanti lavori di recupero e di liberazione delle strutture della Curia Romana di tarda età imperiale condussero alla demolizione della chiesa di Sant’Adriano sorta nel VII secolo su di essa.

Alfonso Bartoli, realizzando la semplice scala di accesso che dava adito allo squadrato edificio l’aveva sovrapposta a quanto scavato nel 1898 dall’archeologo Giacomo Boni, che in una importante campagna di scavi nel Foro repubblicano aveva riportato alla luce il Lapis Niger, il Comitium ed il piccolo ipogeo oggi ritrovato.

Dopo 120 anni, nel novembre 2019, un cantiere di scavo archeologico è stato aperto per rintracciare filologicamente l’antico accesso e portico alla Curia Iulia che aveva funzionato per quasi tre secoli prima dell’incendio e della ricostruzione di quella attuale dovuta a Diocleziano dopo il 283.

Nel corso dello scavo sotto la demolita scala del Bartoli, a pochi metri dal Lapis Nigere nell’ambito del “cerchio” del Comitium,uno stretto cunicolo ci ha permesso di raggiungere, quella piccola camera sotterranea, che il Boni aveva già ispezionato a fine Ottocento e dentro la quale  “trovasi una cassa a vasca rettangolare in tufo, lunga m. 1,40, larga m. 0,70, alta m. 0,77 di fronte alla quale sorge un tronco di cilindro di tufo del diametro di m. 0,75”, cosi egli descriveva ciò che noi vediamo oggi.

Il sarcofago, scavato nel tufo del Campidoglio, dovrebbe risalire al VI secolo a.C. e l’altro elemento cilindrico costituirebbe probabilmente i resti di un altare. Seguendo la sua descrizione “La cassa di tufo conteneva ciottoli, cocci di vasi grossolani, frammenti di vasellame campano, una certa quantità di valve di conchiglie e un pezzetto di intonaco colorito di rosso”. Cento anni dopo questo rinvenimento del Boni a cui non si era data troppa importanza tanto da perderne la memoria e l’ubicazione, Paolo Carafa, nel suo studio del 1998: “il Comizio di Roma dalle origini all’età di Augusto”, citava il rinvenimento della cassa e del suo contenuto del 1898, ma solo con l’apertura del cantiere di scavo archeologico del 2019 e con lo studio dei documenti del Boni e la sua preziosissima sezione di scavo da parte dell’archeologa Patrizia Fortini si è compresa la rilevanza del ritrovamento. Ci si è altresì resoconto dell’importanza dell’ubicazione poiché’ esso si trovava proprio presso il Comizio luogo di assemblea fortemente simbolico della politica di Roma e soprattutto la sua prossimità con la sede di culti antichissimi come testimonia la stele arcaica conosciuta col nome diLapis Niger.

Essa, secondo lo scrittore latino, Festo, segnava un luogo funesto collegato con la morte del mitico Romolo o forse con quella di Osto Ostilio, nonno di Tullio Ostilio, o anche del leggendario Faustolo il pastore che raccolse i gemelli Romolo e Remo. L’unica parte ben decifrata  della sua iscrizione “Chiunque violerà questo luogo sia consacrato agli dei infernali”, rappresentava una maledizione rivolta ad un eventuale profanatore e richiamata dal colore niger – nero della lastra che la ricopriva. L’ipogeo riscoperto in questi giorni si trova perfettamente incluso nell’ipotetico cerchio del Comitium,in prossimità dei Rostri, la tribuna degli oratori e ad una ventina di metri in linea d’aria dal Lapis Nigered è questo il luogo in cui alcuni commentatori di Orazio, asseriscono, riportando una affermazione di Varrone, che Romolo sarebbe stato sepolto, proprio dietro i Rostri, (post Rostra)più o meno nello stesso punto in cui è ubicata la camera ipogea di cui parliamo. Si tratterebbe quindi di quella che alcuni autori antichi consideravano la Tomba di Romolo o per meglio dire il suo cenotafio, visto che altri storici come Plutarco riferiscono che il suo corpo sarebbe stato smembrato e disperso dopo il suo assassinio o addirittura come suggerisce Orazio ed anche Livio il fondatore di Roma sarebbe stato assunto in cielo nel cocchio del dio Marte col nome di Quirino.

Gli storici latini, seguivano una consuetudine greca quando assegnavano trentacinque anni ad ogni re per retrodatare la fondazione della città a 245 anni prima della cacciata dell’ultimo re e l’istaurazione della repubblica nel 508 a.C.; essi collocavano arbitrariamente la fondazione dell’Urbe nell’anno 753 a.C. e la morte del suo mitico fondatore intorno al 718 a.C. Questa data però è incompatibile con la datazione del sarcofago arcaico, realizzato all’epoca dei Rostra alla fine del VI secolo a.C., l’ipogeo ed il suo contenuto quindi, come pure il Lapis Niger,non sarebbero altro che un Heroon,o sacello dedicato ad un mitico fondatore della città, divinizzato, un Romolo, nome eponimo da Roma e non viceversa, “inventato” a bella posta dagli storici latini dopo il III a.C. per dare leggendari e bellicosi natali ad una città-stato che si avviava a diventare la più importante potenza del mediterraneo.

Ciò non toglie che il sarcofago potesse contenere qualche sepoltura importante o sacrale di uno sconosciuto Repastore”, capo di una di queste primitive tribù latine che si stavano federando ed abitavano i colli sovrastanti il Foro, giù in basso in quella zona, chiamata Velia. Era questa una sorta di palude e fu definitivamente prosciugata solo con una canalizzazione sotterranea che rifluiva nella Cloaca Maxima, realizzata secondo la tradizione dal primo re etrusco Tarquinio Prisco alla fine del VI secolo;  sulle sue pendici occidentali fu portata alla luce nel 1902 una necropoli  arcaica  dove i defunti erano sepolti sia per inumazione che per incinerazione. Questo sepulcretumera plausibilmente collegato al vicino Volcanalsantuario di Vulcano, creato secondo la tradizione da Servio Tullio, dove si sarebbero incontrati ed accordati, dopo il ratto delle Sabine, Romolo e Tito Tazio, luogo che  dal loro incontro  – cum ire–  sarebbe diventato il Comitium.

Anche questo Volcanal sarebbe stato successivamente identificato con l’heroondel leggendario Romolo ed anch’esso come l’ipogeo riscoperto era posto nel Foro, cioè proprio nel centro politico della città riprendendo così la consuetudine greca di porre un monumento o una tomba simbolica dedicata al mitico fondatore eponimo della città nel cuore dell’agorà, il Foro dei greci.

Ma come se tutto ciò non bastasse per confondere i frettolosi turisti, è presente, sempre nel Foro, il cosiddetto Tempio o heroon di Romolo, non il mitico gemello ma il figlio dell’imperatore Massenzio rivale di Costantino.

Assistiamo cosi ad un fenomeno per lo meno curioso quello cioè che vede l’epoca attuale, decisamente post ideologica ed individualista, segnata dal tramonto di miti decennali, ricercare affannosamente la tomba di questa figura leggendaria ed assistere al concentrarsi della stampa e delle televisioni di tutto il mondo attorno a questo Umbilicus Mundi per scrutare e fotografare un sarcofago vuoto quasi fosse una venerata reliquia.

 

Professionisti della cultura cercasi  Aperte le candidature per la Scuola del Patrimonio, il corso di alta specializzazione per il patrimonio culturale

(Roma, 17 febbraio 2020) Venti borse di studio e un percorso di due anni per formare i nuovi professionisti nella gestione di musei, siti archeologici e imprese culturali. Al via, lunedì 17 febbraio, il bando per la selezione dei prossimi partecipanti alla Scuola del Patrimonio, il programma proposto dalla Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali che consente di accedere al Diploma di Alta Specializzazione e Ricerca per il patrimonio Culturale, con 150 crediti ECTS.

Un corso di studio con il quale la Fondazione – voluta dal ministro Dario Franceschini come struttura operativa a sostegno delle politiche di innovazione e qualificazione delle competenze del Mibact – si propone di fornire alle professioni del settore culturale gli strumenti metodologici necessari ad approcciare la cura del patrimonio secondo una prospettiva sempre più ampia, trasversale e integrata con il mondo del lavoro.

Il Corso, giunto alla sua seconda edizione, segue le più importanti ricerche europee nellindividuazione dei fabbisogni formativi e punta a valorizzare i profili professionali di provenienza dei partecipanti in relazione ai nuovi contesti del patrimonio, ascoltando le reali necessità degli istituti, delle organizzazioni e delle imprese culturali.

La Scuola del Patrimonio è una sorta di laboratorio, inteso come un ambito metodologico nel quale ogni conquista di conoscenze e competenze è frutto di un lavoro sia individuale che condiviso di progettazione e conduzione delle ricerche, nonché di verifica, fruizione ed esposizione dei risultati” dice Carla Di Francesco, Commissario straordinario della Fondazione.

Una Scuola che si rivolge in particolare ad archeologi, architetti, paesaggisti e conservatori, storici dellarte, antropologi, archivisti, bibliotecari e altri specialisti nel campo delle attività culturali.

Il programma di studio, della durata biennale e con obbligo di frequenza, si articola in un ciclo di lezioni introduttive che hanno lo scopo di suggerire spunti di ricerca attraversando discipline giuridiche, amministrative, manageriali, nonché di approfondire le potenzialità delle nuove tecnologie applicate al patrimonio culturale.

I tre moduli di specializzazione del primo anno sono rivolti ai rapporti del patrimonio con lo sviluppo territoriale, alla digitalizzazione e alla mediazione.

Il secondo anno è invece dedicato allinternship per la fase di applicazione sul campo. La Fondazione propone infatti agli allievi giunti al termine del percorso in aula, lo sviluppo di progetti di lavoro presso enti e istituzioni operanti nella cultura a livello nazionale e internazionale, al fine di mettere in pratica e affinare le conoscenze e competenze acquisite.

Alcune novità rispetto al primo ciclo sono i 20 posti disponibili anziché i 18 del corso precedente, tutti sostenuti con una borsa di studio di 14.700 euro lordi annui (il corso è gratuito).

Cambia anche letà massima dei partecipanti, che scende dai 39 ai 36 anni non compiuti. Tra i requisiti obbligatori, il possesso di dottorato o scuola di specializzazione in materie attinenti il patrimonio e le attività culturali, la padronanza delle lingue italiana e la conoscenza dellinglese con livello minimo B2.

I partecipanti sono selezionati attraverso una procedura pubblica di valutazione basata sul profilo scientifico dei candidati, sul colloquio e sulle prove psico attitudinali e motivazionali.

Il modulo per la candidatura si può scaricare sul sito fondazionescuolapatrimonio.it.

 

Domenico Nucera
Ufficio stampa

SpazioCima – “Lievemente Grave”, in mostra le opere di Mauro De Luca

Nella galleria romana SpazioCima in mostra la nuova personale di Mauro De Luca, dal 19 al 26 febbraio

SpazioCima – “Lievemente Grave”, in mostra le opere di Mauro De Luca

Oggetto della personale è il difficile equilibrio tra la verticalità dell’esistenza e l’uomo intermedio tra i piani orizzontali del Cielo e della Terra. Forte, in queste opere, l’attenzione verso le tematiche più introspettive, laddove essenza e esistenza vengono avvolte dal mistero dell’imponderabile, tra ironia e malinconia.

In un’epoca come la nostra, in cui la forma sovrasta impetuosamente il contenuto e in cui non ci sono né ieri né domani, ma solo un eterno presente, spesso senza obiettivi, c’è ancora tempo (e spazio) per credere negli angeli? Sembrerebbe questo il quesito da cui è partito l’illustratore, pittore e scenografo romano Mauro De Luca, che immagina una nuova versione di creature alate, più social, più tecnologiche ma, al contempo, anche più deboli. Tra sguardi indagatori e animali intesi come, a loro volta, spiriti guida, tra smartphone e sconfitte eteree, i soggetti dell’artista romano rappresentano, talvolta anche in chiave ironica, la disfatta della speranza e la tangibilità dell’anima stessa.

LA MOSTRA – “Lievemente grave” è il nome della prima mostra del 2020 di Galleria SpazioCima, sita in via Ombrone 9, Roma, che inaugurerà mercoledì 19 febbraio, ore 18:30, e che si concluderà giovedì 26 febbraio. La mostra, organizzata e curata da Roberta Cima, è a ingresso libero, da lunedì a venerdì dalle 15 alle 19. Circa quindici le opere in esposizione, prevalentemente acrilici su tela, di vari formati.

LE OPERE IN MOSTRA – Oggetto della personale è il difficile equilibrio tra la verticalità dell’esistenza e l’uomo intermedio tra i piani orizzontali del Cielo e della Terra. Forte, in queste opere, l’attenzione verso le tematiche più introspettive, laddove essenza e esistenza vengono avvolte dal mistero dell’imponderabile, tra ironia e attesa. Il tutto intriso da una dolce e magica malinconia. “Ho sempre avuto un grande ristoro nello sguardo rivolto agli spazi aperti, ai lontani orizzonti, una contemplazione che si distacca dai propri limiti e gabbie mentali, che ridimensiona, una nostalgia d’infinito – spiega Mauro De LucaL’attesa è di quella magia che ci sorprende ed allieta quando accade, dell’uscire dalla chiusura del nostro ego e sentirci uniti, la cerchiamo nell’amore, nel sesso, nelle arti, una dimensione da sempre cercata dagli artisti, dai mistici e dagli innamorati”.

Tanti i riferimenti artistici delll’artista. L’angelo di Caravaggio in “Riposo della fuga in Egitto”, con la sua sensualità e leggerezza, l’ha sicuramente attratto per la realizzazione di tutta la sua serie di creature alate. “Echeggiano in me gli artisti che ho amato– conclude poi l’artista – Andrea del Sarto, per esempio, le cui opere sono intrise di calda, morbida luce mediterranea, K.D. Friedrich per la contemplazione romantica, Magritte per l’ironia e la lievità della sorpresa, Claes Oldenburg per le sue sculture morbide, e Alphonse Mucha per la sua capacità di lavorare su piani diversi. Senza tralasciare illustratori come Norman Rockwell e J.C.Leyendecker.

BIOGRAFIA DELL’ARTISTA – Artista romano, si è formato presso l’Accademia di Belle Arti di Roma nel corso di pittura. Nell’editoria libraria pubblica come illustratore per De Agostini, Panini, Telemaco, Mondadori, Curcio, Giunti e Dami. Collabora con diversi giornali e riviste tra cui “La Repubblica”, “Il Messaggero”, “Il Manifesto” e “Max Italia”. Nel settore pubblicitario lavora con numerose agenzie come Saatchi & Saatchi, J.W. Thompson, McCann-Erikson. Per il cinema lavora con le case di produzione Sayer Production, Titanus, Cineteam. Inizia a pubblicare fumetti per l’Editoriale Eura. Ha esposto dipinti e sculture in varie mostre collettive e personali e lavora principalmente per il mercato francese dei fumetti. Collabora con Les Humanoides Associés alla serie “Soltrois” e sono suoi i disegni dei volumi “Sian Loriel”, per l’editore Le Lombard e “Carthage”, pubblicato da Soleil, Thésée” ed “Yttrium” per l’editore Glenàt. Per Lo Scarabeo Editore ha realizzato la serie di illustrazioni “I Tarocchi delle Sirene”.

Salvo Cagnazzo

Ufficio Stampa Uozzart
Mob: +39 392 1105394

LA GALLERIA ANTONACCI LAPICCIRELLA FINE ART a TEFAF MAASTRICHT 2020

 

Con la partecipazione ormai decennale a TEFAF Maastricht 2020, la Galleria Antonacci Lapiccirella Fine Art di Roma conferma la sua presenza, nella PAINTINGS SECTION, al più importante evento fieristico mondiale dedicato all’arte e all’antiquariato.
In mostra una selezione di cinquanta opere tra pittura e scultura, capolavori di artisti internazionali che corrono lungo un arco cronologico di oltre due secoli, dall’epoca Neoclassica sino alla prima metà del XX secolo. Italia, Francia, Svizzera, America, Germania, Belgio, opere con storie e culture diverse che dialogano armoniosamente tra loro attraverso il comun denominatore della qualità museale.

L’obiettivo di rivolgersi ad un pubblico specializzato di curatori, collezionisti ed appassionati del settore ha spinto la Galleria di Francesca Antonacci e Damiano Lapiccirella a presentare unaprestigiosa selezione tra cui spiccano, in ordine temporale: un nucleo inedito di trenta opere – tra tele e carte – realizzate da Giovanni Battista CAMUCCINI, uno dei più rari artisti italiani rappresentanti del movimento internazionale di pittura en plein air diffusosi tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo; una nuova versione bronzea -“fresh to the market” e cronologicamente antecedente – della famosa scultura “La Carezza” del Museo Pitti di Firenze, opera dello scultore animalista Sirio TOFANARI; tre magnifici capolavori del grande Giulio Aristide SARTORIO; infine, un’opera dal calibro internazionale del surrealista Felix LABISSE.

Giulio Aristide SARTORIO (Roma 1860 – 1932)Mattinata sul mare, 1927 ca., olio su tela, 91×202 cm

Il percorso all’interno dello stand della Galleria si articola secondo una linea tematica: si è accolti da un’importantissima opera realizzata da Giulio Aristide SARTORIO, Mattinata sul mare, datata 1927. Il dipinto, proveniente da una collezione privata newyorkese, è un’opera di respiro internazionale e rappresenta uno dei momenti artistici più felici in cui Sartorio condivide al meglio la luminosità della tavolozza con le limpide vedute di soggetto marino del grande artista valenziano Joaquin Sorolla y Bastida, le cui tele avevano suscitato ampi consensi alle Biennali veneziane dell’epoca. Con Sorolla, Sartorio condivideva l’abilità nel riprodurre la tonalità della luce nelle diverse ore della giornata, il taglio arditamente fotografico e la capacità di fermare con sorprendente realismo i gesti della vita quotidiana. Mattinata sul mare, presentato a Milano nel 1929 alla mostra personale dell’artista presso la Galleria Pesaro, è dunque un capolavoro in cui l’artista romano, attraverso una gamma cromatica luminosissima e molto intensa, fortemente connaturata da toni caldi e dorati, rappresenta sua moglie, l’attrice Marga Sevilla, ed i suoi figli sulla battigia della spiaggia di Fregene. L’opera segna una svolta stilistica

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decisiva rispetto al grande Fregio perpubblico nel primo decennio del ‘900.

che lo rese noto al grande

l’Esposizione Internazionale del Sempione del 1906 – di cui

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tre pannelli sono inoltre esposti ad apertura dello stand della Galleria –

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Giovanni Battista CAMUCCINI (Roma, 1819 – 1904)

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Veduta di Monte Mario dal Tevere, 1840-45 ca., olio su tela, 34,5×46,5 cm

Si prosegue nel percorso espositivo attraverso una sorta di “mostra nella mostra” costituita daun’inedita raccolta di ventisei opere tra tele e carte e sei disegni – esposta dalla Galleria Antonacci Lapiccirella per la prima volta a TEFAF Maastricht 2020 – realizzata nella prima metà dell’Ottocento dal pittore paesaggista romano Giovanni Battista CAMUCCINI. Figlio di Vincenzo Camuccini, il maggiore protagonista italiano del Neoclassicismo, Giovanni Battista ha una rilevanza storico-artistica significativa non solo in Italia, ma soprattutto a livello internazionale, tanto che alcune delle sue opere sono oggi esposte nei più noti musei del mondo tra cui la National Gallery di Londra ed il Metropolitan di New York; è inoltre presente nelle più prestigiose collezioni private dedicate al genere pittorico en plein air. Muovendo dall’esempio magistrale dei due maggiori protagonisti della pittura en plein air o oil-sketching from nature, Pierre Henri de Valenciennes e Thomas Jones, Giovanni Battista Camuccini è l’unico italiano, insieme al suo maestro Giambattista Bassi, che sappia condividere con loro i temi, le atmosfere, le scelte romantiche e lo studio della natura. Il raro e corposo nucleo di opere è inoltre accompagnato da un catalogo monografico sull’artista realizzato dalla Galleria per valorizzare il talento di G.B. Camuccini, autore di straordinarie vedute della campagna romana e delle zone intorno al lago di Albano, caratterizzate da caldi effetti luministici dei paesaggi lacustri, vedute romantiche in grado di competere con le opere dei protagonisti internazionali della nuova stagione della pittura en plein air tra il XVIII ed il XIX secolo.

Felix LABISSE (Marchiennes 1905 – Neuilly sur Seine 1982)Jean-Louis Barrault ne “Il Processo”, 1947, olio su tela, 73,2×91,8 cm

Ampia è inoltre la rassegna dedicata al tema paesaggistico attraverso le tele di Willem WELTERS, Karl Wilhelm DIEFENBACH, Johann Jakob FREY e Randall MORGAN, mentre tra le opere appartenenti alla sezione dei ritratti spicca il magnifico dipinto realizzato dal surrealista Felix LABISSE, Jean-Louis Barrault ne “Il Processo”, datato 1947. Il protagonista del ritrattoè l’attore e regista francese Jean-Louis Barrault (Parigi 1910 -1994), raffigurato mentre interpreta il ruolo di Joseph K ne Il Processo di Franz Kafka. Il quadro, grazie alla notevole importanza a livello internazionale dell’autore e del protagonista della tela, è stato esposto alla Biennale di Venezia del 1948, un solo anno dopo la sua realizzazione: quella veneziana è stata soltanto la prima tappa di un lunghissimo tour che ha portato l’opera ad essere esposta nei più importanti musei del mondo, fino ad arrivare nel 2006 in Francia, a Douai, nel Museo delle Belle Arti. L’intera produzione di Labisse si colloca, così come l’opera esposta, nell’ambito del Surrealismo: onirica, allarmante e popolata da creature ibride. Nella tela, l’atmosfera surreale e da incubo de Il Processo è esplicita: la tavolozza monocroma verde, l’assenza di presenza umana eccetto il soggetto raffigurato, il colore che pare invitare, come nel romanzo, a seguire il cammino

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della morte, sono tutti elementi che l’artista usa per illustrare il mondo angosciante e assurdo al quale il protagonista deve far fronte, accusato ingiustamente di un crimine del quale non conosce nemmeno l’essenza.

Sirio TOFANARI (Firenze 1886 – Milano 1969)La Carezza, 1909 ca., bronzo, fusione a cera persa, h 25x70x55 cm

A completamento del percorso proposto dalla Galleria, un nucleo molto raro e rappresentativo della tematica animalista, diffusasi a livello internazionale tra la fine dell’Ottocento ed il primo trentennio del Novecento. Oltre alla coppia di disegni a carboncino raffiguranti due “Leonesse” del toscano Romano DAZZI, spicca il bronzo “La carezza”, databile al primo decennio del novecento, opera dello scultore – noto a livello internazionale – Sirio TOFANARI. Il bronzo in mostra è stato riscoperto dalla Galleria in una collezione privata fiorentina, che lo ha custodito sin dalla sua fusione: la scultura infatti fu acquistata direttamente presso lo studio dell’artista dall’amico Licurgo Bertelli. Secondo la sua memoria familiare, dopo la realizzazione della scultura, Tofanari ne distrusse il calco e, successivamente, quando dovette partecipare all’VIII Biennale di Venezia, decise di crearne una seconda copia, richiedendo al Bertelli la statua in prestito per trarre la forma del nuovo esemplare; quest’ultimo però gliela negò. Il bronzo in mostra a TEFAF è dunque antecedente rispetto alla versione di “Carezza” realizzata nel 1909, esposta insieme a “Giovani leonesse” nella Sala V dell’VIII Esposizione Internazionale d’Arte della Città di Venezia: fu in quell’occasione che l’opera venne acquistata dalla Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti di Firenze, dove tuttora si trova. Da quella versione tuttavia differisce sia per il colore della patina che per la forma della base, ovoidale e non quadrata, nonché nella trattazione della superficie del fondo, che, nella nostra scultura, è più scabro e mosso.

GALLERIA ANTONACCI LAPICCRELLA FINE ART | STAND 334 | www.alfineart.com

Nata dalla fusione di due storiche gallerie antiquarie presenti sul mercato da diverse generazioni, la Galleria Francesca Antonacci Damiano Lapiccirella Fine Art, con la sua sede in via Margutta a Roma, è un punto di riferimento per gli appassionati di dipinti del “Grand Tour”, per disegni e sculture di artisti europei tra la fine del XVIII e la metà del XIX secolo, sempre con uno sguardo attento sull’arte del primo Novecento. La Galleria partecipa alle più prestigiose mostre d’Antiquariato internazionale: TEFAF Maastricht, TEFAF New York; Salon du Dessin e Fine Art Paris (Parigi), Biennale des Antiquaires al Grand Palais (Parigi), Masterpiece a Londra; Highlights(Monaco), Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Palazzo Corsini (Firenze), Mostra Internazionale di Palazzo Venezia (Roma). Nel corso degli anni, molte opere della Galleria sono entrate a far parte di importanti e numerose collezioni in sedi museali e private.

TEFAF – The European Fine Art Fair | MAASTRICHT 2020 | www.tefaf.com 7/15 marzo 2020
Early Access: giovedì 5 marzo 2020 | Preview: venerdì 6 marzo 2020

Ufficio Stampa

Brigida Mascitti Studio d’Arte e Comunicazione

+39 3889291884 | [email protected]; [email protected];