Libri, fiere e lezioni d’autore 

Libri, fiere e lezioni d’autore. 

La settimana della Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali

(Roma, 26 novembre 2019) Il nuovo appuntamento con il ciclo “Libri aperti”, una lectio magistralis d’eccezione, dedicata alle professioni umanistiche all’epoca della rivoluzione digitale, e la partecipazione al Rome Museum Exhibition alla Fiera di Roma. È una settimana ricca di eventi, quella proposta dalla Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali.

 

Anno Europeo del Patrimonio culturale: tra visioni ortodosse e non ortodosse.

Si comincia il 27 novembre con “2018 Anno Europeo del patrimonio culturale: visioni ortodosse e non ortodosse”, il numero speciale della rivista Economia della Cultura, edita da Il Mulino, che verrà presentato presso la Sala Macchia della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma (ore 16.30, viale Castro Pretorio 105, iscrizioni a: [email protected]).

Il volume, a cura di Annalisa Cicerchia, docente di Management delle imprese creative all’Università Tor Vergata di Roma, raccoglie gli interventi di importanti studiosi internazionali su diversi aspetti delle politiche culturali: dal paesaggio come fattore di benessere sociale ai nuovi modelli di partecipazione al patrimonio culturale, dai musei del gusto alle opere d’arte negli ospedali, dai patrimoni digitali all’impatto degli investimenti in cultura a livello locale.

Dopo i saluti di Carla Di Francesco, Commissario straordinario della Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali, e di Andrea De Pasquale, Direttore della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, attesi gli interventi di Silvia Costa, già Presidente Commissione Cultura e Istruzione Parlamento Europeo, di Alessandro Bollo, Direttore Fondazione Polo del ‘900, e di Giuliana De Francesco, Servizio I Coordinamento – Ufficio Unesco del Segretariato Generale MiBACT.

L’appuntamento, realizzato in collaborazione con la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma e con l’Associazione Economia della Cultura, fa parte del ciclo “Libri aperti – dialoghi sul management culturale” organizzato dalla Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali e rivolti al pubblico di studenti, addetti ai lavori e appassionati.

 

I saperi umanistici al tempo della rivoluzione digitale 

Il 28 novembre sarà invece Christian Greco, Direttore del Museo Egizio di Torino e componente del Consiglio scientifico della Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali, a tenere la lectio magistralis dal titolo “Rivoluzione digitale e umanesimo”, presso la sede dell’Istituto Centrale per il Restauro e la Conservazione del Patrimonio Archivistico e Librario a Roma (ICRCPAL, Via Milano 76, ore 10.30. Iscrizioni alla email:

[email protected]).

Una riflessione sul futuro delle professioni umanistiche, alle prese con una rivoluzione digitale che ha completamente modificato l’approccio cognitivo e il metodo di lavoro. L’appuntamento fa parte del programma di studio della International School of Heritage, la nuova scuola di alta formazione sulla gestione del patrimonio, inaugurata lo scorso 6 novembre dalla Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali, che vede impegnati 19 studenti provenienti dal bacino del Mediterraneo, tra cui archeologi, professionisti e dirigenti del settore culturale. A loro saranno rivolti i saluti istituzionali del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Lorenzo Fioramonti.

Dopo i saluti di Maria Letizia Sebastiani, Direttrice dell’ICRCPAL, introduce l’incontro Carla Barbati, membro del Consiglio scientifico Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali, alla presenza di Lorenzo Casini, Capo di Gabinetto del Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo, e di Luigi Fiorentino, Capo di Gabinetto del Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.

“I dati che raccogliamo sono sempre più dettagliati e complessi e richiedono un livello di interpretazione ancora maggiore” dice Greco. “Lo scienziato e l’umanista devono quindi lavorare insieme ancora più da vicino per cercare di svelare la complessità del mondo contemporaneo. E questa collaborazione va oltre i dogmatismi della conoscenza individuale”.

 

Gli studenti dell’International School of Heritage al RoME Museum Exhibition incontrano CoopCulture

Dal 27 al 29 novembre si terrà anche la seconda edizione del RoME Museum Exhibition, la rassegna romana dedicata agli operatori del patrimonio culturale. La Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali, presente alla manifestazione con un proprio stand, porta in Fiera gli studenti partecipanti alla International School of Heritage,  il laboratorio permanente dedicato a professionisti stranieri coinvolti nella gestione dei beni culturali, dedicato per questa prima edizione agli allievi del Mediterraneo, che per sei mesi studieranno la gestione del patrimonio archeologico attraverso un ciclo di lezioni con i maggiori esperti internazionali e visite sul campo.

Tra i partner dell’iniziativa, CoopCulture, una delle più importanti cooperative operanti nel settore dei beni culturali e protagonista di modelli di gestione partecipata e sostenibile del patrimonio culturale, che il 26 novembre propone per la International School la sessione d’aula dedicata a “Sustainable models for the enhancement of cultural heritage”. In occasione di RoME Exhibition, CoopCulture sarà invece presente con una sessione dal titolo “Technologies for cultural networks”, un’esperienza diretta per illustrare le migliori pratiche di gestione.

Il 29 novembre, alle 10:30, presso la Sala Leonardo della Fiera, da seguire il “keynote speech” di Paola D’Orsi, esperta della Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali dal titolo: “Competenze per il patrimonio culturale: prospettive in un nuovo quadro europeo”.

 

Domenico Nucera

Ufficio stampa

Omaggio “artistico” a Bertolucci a un anno dalla sua morte: torna in via Margutta la sedia elettrica del 1993 contro la pena di morte

Omaggio “artistico” a Bertolucci a un anno dalla sua morte: torna in via Margutta la sedia elettrica del 1993 contro la pena di morte

Nell’evento di mercoledì 27 novembre verrà svelata una nuova opera di Enrico Manera, dedicata a “L’ultimo imperatore”, e tornerà l’installazione artistica di Emilio Leofreddi, dove si sedettero anche Carlo Lizzani, Lina Wertmuller, Dario Argento e lo stesso Bertolucci

OMAGGIO A BERTOLUCCI – Era il 26 ottobre 2018 quando, all’età di 77 anni, si spense il grande Bernardo Bertolucci. Regista, sceneggiatore e produttore cinematografico, tra i nomi italiani più rappresentativi e conosciuti a livello internazionale, ha diretto film di successo come Ultimo tango a Parigi, Novecento e L’ultimo imperatore, che gli valse l’Oscar al miglior regista e alla migliore sceneggiatura non originale.

Il Maestro sarà omaggiato mercoledì 27 novembre, ore 18:30, con un evento speciale, presso Il Margutta Veggy Food & Art di Roma, all’interno della mostra “Veloci-Raptor” di Enrico Manera. L’esposizione, dato il successo ottenuto, sarà prorogata fino al 20 gennaio 2020. E’ visitabile presso il suddetto vegetariano, in via Margutta, voluta e curata dalla Daniele Cipriani Arte, sostenuta e ideata da Tina Vannini. Parte del ricavato della serata del 27 sarà devoluto per il progetto etico “Con il sole sul viso”, ideato e voluto da Alma Manera, a sostegno delle arti e degli artisti.

Per l’occasione, durante l’evento del 27 (ingresso a pagamento), sarà presentata una nuova opera di Enrico Manera, dedicata al film “L’ultimo imperatore”, e sarà presente la sedia elettrica realizzata nel 1993 dall’artista Emilio Leofreddi. Su tale installazione artistica, che voleva mandare un chiaro messaggio contro la pena di morte, si sedettero anche Carlo Lizzani, Lina Wertmuller, Dario Argento e lo stesso Bertolucci. La foto da seduto di quest’ultimo fece il giro del mondo, sino ad arrivare sul New York Times.

Oggi la sedia torna in via Margutta, proprio dove venne presentata 26 anni fa, e “accoglierà” gli ospiti dell’appuntamento. “Ricordo quando con Bertolucci andammo a vedere una esibizione di Orlan, una famosa performer francese nota per le sue ricerche post-organiche – racconta l’artista Enrico Manera – Bernaldo era di una sensibilità estrema: non era soltanto appassionato di cinema, ma anche di tante forme di arti visive”.

LA MOSTRA – La storia dell’arte si fa pop e il pop diventa trash, riempiendosi di scarabocchi e graffiti, come murali di una periferia abbandonata. Così sopra il simbolo compaiono i relativi constrasti, sopra la grande opera d’arte, invece, piccole immagini, sempre ben collegate, come figurine di un album da collezione. Prorogata sino al 20 gennaio, la mostra “Veloci-Raptor” con le opere di Enrico Manera, figlio ed erede della cosiddetta Scuola di Piazza del Popolo, è visitabile presso il ristorante vegetariano Il Margutta Veggy Food & Art, a Roma, in via Margutta 118, ed è voluta e curata dalla Daniele Cipriani Arte, sostenuta e ideata da Tina Vannini e con testo di presentazione firmato dal giornalista e curatore Maurizio Sciaccaluga (1963 – 2007). Esposte 17 opere, tutte a colori, in diversi formati, nonché il ritratto di Manera fatto da Mario Schifano nel 1978. Ingresso libero.

LE OPERE IN MOSTRA – Enrico Manera, nelle sue opere, prende di mira anche i principali colossi del cinema mondiale e i principali simboli della cultura italiana e, in generale, occidentale. Poi li unisce e li riempie di altre immagini, di scarabocchi, di pensieri scritti di getto, ma mai senza un senso preciso. Inonando di nuovi significati che si fondono assieme, contaminando quello del soggetto principale dell’opera. Racconta, nel suo stile dissacrante e un po’ cruento, l’ingordigia di Wall Street, i capolavori di Michelangelo e di Caravaggio, peculiarità e storie di regioni e Paesi. Senza risparmiare niente e nessuno, né i colossi dell’Arte né lo star-system di oggi, citando il Vecchio per raccontare il Nuovo, mostrando l’Altro per raccontare il Sè. Enrico attacca convenzioni e ideologie, per mostrare ciò che vi nasconde.

“Nella ricerca dell’autore – scrisse Maurizio Sciaccaluga le vicende recenti dell’umanità, le icone che rappresentano lo status quo del mondo di oggi, perfino le figure emblematiche della storia dell’arte e del pensiero, sono passate attraverso un setaccio fatto di toni roboanti e lucenti, grazie ai quali l’esagerazione dello stile finisce con lo svelare l’assurdità e l’ingiustizia profonda delle cose: l’artista scava e scruta tra le debolezze umane, nelle ferite e nelle lacune del passato dell’umanità, e ridicolizzando errori e orrori compie, a nome collettivo, una specie di emendatio: scaricati sulla tela, sbattuti nelle prima pagina del quadro, le colpe e i debiti possono almeno per un momento essere considerati estinti, pagati. Insomma, ci si può anche ridere sopra, seppure di un riso amaro, caustico, acre”.

SpazioCima – Oceano mare, la pittura poetica di Chiara Montenero rende omaggio al capolavoro di Alessandro Baricco

A SpazioCima in mostra dal 19 novembre al 20 dicembre la nuova personale di Chiara Montenero

SpazioCima – Oceano mare, la pittura poetica di Chiara Montenero rende omaggio al capolavoro di Alessandro Baricco

“In questa personale per la prima volta utilizzo il cerchio in quanto l’Oceano è, a parer mio, l’Eterno e il Sublime. Baricco è uno dei miei autori preferiti perché, pur essendo un romanziere, la sua prosa visionaria è pura poesia”, dichiara Chiara Montenero

L’arte come emozione, la ricerca stilistica come armonia tra astratto e reale: Chiara Montenero, scrittrice e artista, ha sempre espresso nei suoi quadri l’energia dei colori e il vigore di una storia che si muove tra reale e astratto. Lo fa traendo spunto da ciò che ama, libri e filosofie incluse. Perché Chiara, che ha fatto del sapiente uso della parola la sua professione, ha abbracciato anche un percorso artistico, armandosi di pennelli e tavolozze per raccontare nuove espressioni di sé, immaginando la copertina di un’opera letteraria o di una poesia che le sono rimaste nel cuore, lasciando guidare il pennello in un viaggio tra concretezze e suggestioni.

LA MOSTRA – “Oceano mare – omaggio ad Alessandro Baricco” è il nome della prima mostra della stagione espositiva di Galleria SpazioCima, sita in via Ombrone 9, Roma, che inaugurerà martedì 19 novembre (vernissage ore 18:30) e proseguirà sino a venerdì 20 dicembre. La mostra, curata da Irene Niosi e organizzata da Roberta Cima, è a ingresso libero, da lunedì a venerdì dalle 15 alle 19. Circa venti le opere in esposizione, prevalentemente acrilici su tela, di vari formati. Una parte dell’incasso, in caso di vendita delle opere in mostra, sarà devoluto a La Piccola Famiglia Onlus, associazione di volontariato nel campo dell’assistenza sociale.

LE OPERE IN MOSTRA – Chiara Montenero ha scelto, nei primi anni della sua ricerca artistica, il quadrato come filo conduttore delle sue opere in quanto simbolo della terra, dell’universo creato, del reale. Il suo percorso, però, oggi la sta portando verso un’altra strada.

“In questa personale – spiega Chiara Montenero – per la prima volta utilizzo il cerchio in quanto l’Oceano è, a parer mio, l’Eterno e il Sublime. Baricco è uno dei miei autori preferiti perché, pur essendo un romanziere, la sua prosa visionaria è pura poesia. Ad ogni modo Cerchio e Quadrato esprimono un totale, ma il quadrato serve anche ad esprimere un’idea di limite. Il Cerchio e il Quadrato rappresentano i due aspetti fondamentali di Dio: l’unità è la manifestazione divina. Il Cerchio esprime il celeste, il Quadrato il terrestre, non in quanto opposto al celeste ma in quanto creato”.

Le immagini narrate da Alessandro Baricco nel suo romanzo costituiscono il punto di partenza per il suo processo creativo. Si ispira al suo mondo onirico affollato da personaggi estremamente surreali. Vi si immerge e lascia andare il pennello.

“I quadri si presentano nella loro disarmante spontaneità – spiega Irene Niosi dove lo schema compositivo è ricco di elementi pittorici e materici che a volte esplodono nei colori, altre, come nelle tele monocromatiche, si nutrono di dettagli accurati . Cosi è fatto l’atto della creazione che azzera l’inquietudine e il turbinio delle emozioni sempre in agguato in Chiara, per restituirci una calma, una serenità apparente. Fuor da ogni retorica, Chiara nel suo smarrimento creativo coglie il senso profondo del mare come contenitore di tutto quello che c’è dentro di buono e di cattivo”.

BIOGRAFIA DELL’ARTISTA – Laureata in Lingue e Letterature Straniere Moderne, giornalista, ha collaborato con importanti testate giornalistiche quali Cahiers d’Art, Il Giornale, La Stampa, Il Tempo, Mercedes Magazine, Investire. Nel 1996 la Marsilio Editori ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie, Angeli in Ascensore, con l’introduzione di Alberto Bevilacqua. Nel 2009 la Casa Editrice Kimerik ha pubblicato la sua seconda raccolta di versi, Fragilità Indistruttibili. Nel 2010 la Lithos Editrice ha pubblicato il suo saggio, Ambivalenze – Ritratto di Arnold Wesker dalla A alla W, pubblicato nel 2012 nel Regno Unito dalla Oberon Books.

E’ autrice di soggetto e sceneggiatura del cortometraggio Noiseless Hotel, premiato nel 2007 al Festival del Cinema di Napoli e a quello di Reggio Calabria. Nel 2013 la casa editrice Kimerik ha pubblicato la sua raccolta di poesie haiku Oltre l’Altrove. Nel 2017 la casa editrice Kimerik ha pubblicato La sua raccolta di favole e racconti Raccontamenti. Ha iniziato a dipingere nel 2012. Ha partecipato ad alcune collettive a Todi, Montefalco, Hammamet; le personali a Otranto, Lecce, Spoleto, Hammamet, Tunisi e Roma.

Salvo Cagnazzo

Ufficio Stampa Uozzart
Mob: +39 392 1105394

International School of Culturale Heritage

 

 

Archeologi, architetti e manager culturali provenienti dal bacino del Mediterraneo del Sud e del Levante, e associati dall’Etiopia. Sono i diciannove partecipanti della prima edizione della International School of Cultural Heritage, il programma della Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturalidestinato a candidati stranieri: un laboratorio permanente di confronto e scambio che, ad ogni edizione, circoscrive un’area geografica di provenienza dei partecipanti e un tema di approfondimento.

 

Un percorso della durata di cinque mesi con il quale la Fondazione punta a internazionalizzare il sistema dei beni culturali ed esportare l’eccellenza italiana nella ricerca e formazione relative alla tutela e gestione del patrimonio.

 

Per la sua prima edizione, che vede partecipanti provenienti da Egitto, Iraq, Israele, Giordania, Libano, Libia, Marocco, Palestina, Tunisia, Turchia (oltre che dall’Etiopia, in qualità di partecipanti “associati”), la School si concentrerà in particolare sulla gestione dei siti archeologici, col titolo Managing Mediterranean archaeological heritage: challenges and strategies.

 

In principio (“Modulo Comune”, che si terrà a Roma da novembre a dicembre) i partecipanti sono impegnati da conferenze di esperti nazionali e internazionali che presentano esempi e casi di studio, in visite presso le più importanti istituzioni o aziende attive nel campo della gestione del patrimonio culturale e in visite tematiche ai siti archeologici. Seguono tre mesi (Fieldwork, da gennaio a marzo 2020) da spendere presso un istituto pubblico o privato attivo nella gestione del patrimonio archeologico in Italia dove, studiandone modello e prassi, i partecipanti possono sviluppare una propria idea progettuale applicabile al proprio contesto di provenienza. Chiudono l’esperienza (Modulo Finale) un momento di scambio e confronto ed un seminario, programmato per il 2 e 3 aprile 2020, cui sono invitati i responsabili apicali della organizzazione da cui provengono i partecipanti.

 

Il programma è interamente finanziato dalla Fondazione Scuola dei Beni e delle Attività Culturali, e realizzato con il determinante contributo del MAECI, del Mibact e dell’ICCROM.

 

 

FONDAZIONE SCUOLA DEI BENI E DELLE ATTIVITÀ CULTURALI

Sede legale: Via del Collegio Romano, 27 – 00186 ROMA

Sedi operative: Palazzo Venezia, Piazza di San Marco, 49 – 00186 ROMA

Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, viale Castro Pretorio, 105 – 00185 ROMA

Tel. +39.06.4989341 – Mail [email protected]

Web www.fondazionescuolapatrimonio.it

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Al via la prima edizione della International School of Culturale Heritage della Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali – Palazzo Altemps – Roma

Internazionalizzare la gestione del patrimonio.

Al via la prima edizione della

International School of Culturale Heritage

della Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali

 

(Roma, 6 novembre 2019)Archeologi, architetti e manager culturali provenienti dal bacino del Mediterraneo del Sud e del Levante e associati dall’Etiopia. Sono i venti allievi della prima edizione della International School of Cultural Heritage, il corso di aggiornamento professionale della Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturalidestinato a candidati stranieri: un laboratorio permanente che, ad ogni edizione, circoscrive un’area geografica di provenienza dei partecipanti e un tema di approfondimento.

Il programma prende il via il 6 novembre, alla presenza del Ministro per i Beni e le attività culturali e per il turismo Dario Franceschini.

Un percorso della durata di cinque mesi con il quale la Fondazione, guidata dal commissario straordinario Carla Di Francesco,punta a internazionalizzare il sistema dei beni culturali ed esportare l’eccellenza italiana nella ricerca e formazione relative alla tutela e gestione del patrimonio.

Per la sua prima edizione, che vede partecipanti provenienti da Egitto, Iraq, Israele, Giordania, Libano, Libia, Marocco, Palestina, Tunisia, Turchia ed associati dall’Etiopia, la School si concentrerà in particolare sulla gestione dei siti archeologici, col titolo Managing Mediterranean archaeological heritage: challenges and strategies.

In principio i partecipanti sono impegnati da conferenze di esperti nazionali e internazionali che presentano esempi e casi di studio, in visite presso le più importanti istituzioni o aziende attive nel campo della gestione del patrimonio culturale e in visite tematiche ai siti archeologici. Seguono tre mesi da spendere presso un istituto pubblico o privato attivo nella gestione del patrimonio archeologico in Italia dove, studiandone modello e prassi, i partecipanti possono sviluppare una propria idea progettuale applicabile al proprio contesto di provenienza. Chiudono l’esperienza un momento di scambio e confronto ed un seminario, programmato per il 2 e 3 aprile 2020, cui sono invitati i responsabili apicali della organizzazione da cui provengono i partecipanti

Nella giornata di apertura, ospitata a Palazzo Altemps, dopo i saluti di Carla Di Francesco, gli interventi di Daniela Porro, Direttore del Museo Nazionale Romano e dell’ambasciatore Andrea Meloni, Advisor della Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali, una lectio magistralisdi Massimo Osanna, Direttore del Parco Archeologico di Pompei. Infine, una visita tra le preziose collezioni della sede del Museo Nazionale Romano.

 

Ufficio stampa: Domenico Nucera

Tel. +39.06.4989341

Mail: [email protected]

 

FONDAZIONE SCUOLA DEI BENI E DELLE ATTIVITÀ CULTURALI

Sede legale: Via del Collegio Romano, 27 – 00186 ROMA

Sedi operative: Palazzo Venezia, Piazza di San Marco, 49 – 00186 ROMA

Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, viale Castro Pretorio, 105 – 00185 ROMA

Tel. +39.06.4989341 – Mail [email protected]

Web www.fondazionescuolapatrimonio.it

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Restituito il Dio Pan trafugato dagli Horti Farnesiani sul Palatino

Restituito il Dio Pan trafugato dagli Horti Farnesiani sul Palatino

 

Arch. Marco Proietti, Ph. D.

 

Recentissima è la notizia della riconsegna all’Italia di una testa marmorea del Dio Pan, di prima età imperiale, trafugata dagli Horti Farnesiani di Roma nel 1968; Il reperto marmoreo costituito dalla sola testa del Dio Caprino, appare troncato all’altezza del collo forse per la meccanica del furto, nel momento in cui la testa fu trafugata dal complesso statuario decorativo degli Horti Farnesiani nel febbraio del 1968.

La bella testa marmorea di un bianco lattiginoso, di pregiata fattura, rappresenta il Dio Pan, nel volto animalesco di un satiro, dai tratti inconfondibilmente caprini come la barba, le orecchie aguzze e le corna tronche; essa faceva parte di un gruppo scultoreo comprendente anche una ninfa ed è una buona replica di un originale tardo ellenistico realizzata tra il periodo traianeo e quello adrianeo.

Scomparsa da oltre cinquant’anni, era entrata, come tante altre opere trafugate nell’orbita del collezionismo clandestino, per riaffiorare nel 2014, in una vendita all’asta della californiana Montrose;stimata ad un valore di mercato di mezzo milione di euro, solo grazie alla fruttuosa collaborazione tra i Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale(TPC)e l’agenzia statunitense Homeland Security Investigations(HSI), è stato possibile recuperare il reperto che è stato riconsegnato dall’ambasciatore degli Stati Uniti al nostro ministro dei Beni Culturali in occasione di una conferenza internazionale organizzata per i cinquant’anni del comando del TPC, il reparto di polizia istituito specificamente per il recupero di opere d’arte e reperti archeologici.

Si deve al cardinale Alessandro Farnese nipote di Paolo III intorno agli anni Quaranta del Cinquecento l’acquisto di una serie di vigne poste sulla sommità del Palatino dal versante sul Foro fino a quello opposto sul Circo Massimo in un luogo disseminato di imponenti rovine dei palazzi imperiali ma rimasto ancora quasi spopolato. Risistemare l’accidentato fianco del Palatino affacciantesi sul Foro non era solo imprescindibile in vista dell’ingresso trionfale di Carlo V nel 1536 ma rientrava pienamente nei progetti di renovatiourbische il papa farnese voleva intraprendere in una Roma ancora fortemente segnata dal Sacco del 1527.

Ancora a metà del Cinquecento la vigna del cardinal Alessandro con vista sui grandiosi resti della Roma Imperiale era utilizzata per feste e conviti con il casino e la “torretta” della vecchia proprietà Palosci in un ambiente tra l’agreste e l’archeologico.

La vigna o giardino fu ceduta nel 1548 da Alessandro al fratello Ottavio che per otto anni la utilizzò solo per banchetti lasciandola a sua volta al cardinal Ranuccio che tra il 1556 ed il 1565 intraprese finalmente una serie di lavori limitati alla sistemazione del giardino con parterres, pergolati, cupole e tribune lignee. Fu solo alla morte del cardinale Ranuccio che la proprietà  ritornò al cardinal Alessandro che la conservò fino al 1589, ed a lui si deve l’avvio del grande progetto dell’impianto degli Horti Farnesiani sul Palatino  con la realizzazione  del gran muro di recinzione con torrette agli angoli, del portale centrale d’ingresso e relativo “teatro” retrostante con rampe di risalita e di un criptoportico incassato nella collina; una Palazzina, un casino del Belvedere ed un ninfeo degli specchi arricchivano questo primo e più importante giardino archeologico del mondo. Ma non è certo ai diversi artisti che si susseguirono nella realizzazione di questo progetto, tra cui Pirro Ligorio, Jacopo Barozzi da Vignola, Jacopo del Duca, che noi dobbiamo la concezione unitaria, la sapienza compositiva e prospettica degli Horti, quanto piuttosto ad un progetto più antico, ad un’idea già consolidata dell’anziano Michelangelo che proprio in Jacopo, giovane e promettente scultore troverà un fedele esecutore dei suoi progetti architettonici.

 

 

 

Per di più proprio in quel tempo Michelangelo lavorava alla sistemazione urbanistica del colle Quirinale e del vicino Campidoglio facilitato dalla vicinanza della sua dimora a Macel de’ Corvi situata nel percorso tra i due colli.

E’ quindi molto probabile che proprio a lui si debba l’ideazione dello scenografico terrazzamento e delle rampe sul fianco del colle Palatino in asse con la prospiciente basilica di Costantino vista la sua predilezione per una “assialità che si prolungava oltre e attraverso le fabbriche monumentali con una crescente attenzione per i collegamenti scenografici con luoghi elevati da raggiungere mediante scale e gradonate”(Guidoni).

In questa sorta di giardino pensile coronato dal verde lussureggiante, vera e propria oasi naturale inserita in un paesaggio gremito di ruderi di un’antica maestà, il Maestro amava rifugiarsi per fuggire la confusione della città ed immergersi nella riflessione filosofica o nella meditazione religiosa quando non si rivolgeva ai piaceri spirituali della discussione sui temi dell’arte. In quel luogo si realizzava così la vicinanza di elementi naturali ed artificiali, caratteristica del metodo creativo michelangiolesco, sempre attento ad evidenziare la contrapposizione ed il contrasto piuttosto che la fusione e l’illusione mimetica cosi come accade nel bellissimo giardino di San Quirico d’Orcia, realizzato nella seconda metà del Cinquecento per iniziativa di Diomede Leoni su suo progetto. Esso ben corrispondeva agli ideali di paesaggio tra artificiale e naturale vagheggiati dal Maestro poiché vi si contrapponeva l’alta torre medievale del cassero con una vasta area ortiva, con parterre e viali ed un tratto a gradini che conduceva alla sommità di una collinetta boscosa al fianco della torre.

Nella variata altimetria del progetto degli Horti e della vicina torre Palosciasi realizzava una costante biografica propria del Buonarroti, intrecciata con la sua creatività, consistente nell’amore per le montagne, le alture e le colline dove svettassero casseri o torri. Questa predilezione è ben esemplificata da un incisione di Giovan Battista Franco su disegno di Michelangelo dove il tema centrale dell’Adorazione dei Pastori si svolge sullo sfondo di due scorci paesistici molto realistici di rovine romane, tra le quali a sinistra la Torre dei Conti e a destra modeste costruzioni moderne fra le quali spicca tra due camini la mole del palazzo Capitolino progettato da Michelangelo.

Il pastore sull’estrema destra porta sulle spalle un piccolo capro a richiamare col gioco nominalistico non solo il vicino Monte Caprino ma anche il monte con il castello di Caprese luogo di nascita del Maestro, poiché l’artista in un percorso di quasi costante ripensamento autobiografico si rivela indissolubilmente legato al luogo natio, il cui nome viene rievocato in tutto l’arco della sua attività artistica mediante continue allusioni nominalistiche a capre, caproni, caprioli ed arieti.

Numerosi sono infatti i riferimenti caprini in satiri e fauni, come quello copripiede del suo Bacco, in teschi sacrificali di ariete, come quelli dipinti sopra le vele della volta Sistina e persino e nella pelliccia caprina con zoccoli del suo San Giovanni Battista nella chiesa dei Fiorentini a Roma.

Osservare che il Pan “caprino”  del II secolo d.C. non abbia nulla a che fare con Michelangelo è pur vero, ma grande è la tentazione che si possa operare un collegamento nominalistico tra il nostro Pan, quasi genius caprinus loci, e il Daimon“caprino” di un Michelangelo che progettò questi Horti e scelse i vicini colli Quirinale e Capitolino quali suoi luoghi di elezione. Se per Daimon vogliamo intendere il genio, il potere creativo di ogni artista, quello proprio a Michelangelo potremmo connotarlo con un simbolo caprino, palese attributo nominalistico al suo borgo natale e quindi a lui stesso. Dopo la realizzazione del David (1501-1504) il potere creativo del Buonarroti era diventato uno strapotere agli occhi di due grandi artisti quali Leonardo ed il giovane Raffaello ritrovatisi a Firenze in quegli anni ed esso crescerà a dismisura con la realizzazione degli affreschi sistini e delle Tombe `Medicee. Non è un caso quindi che Raffaello nelle sue due tavole con l’Arcangelo Michele che sconfigge Satana, ora al Louvre, una del 1504 e l’altra del 1518, simbolicamente si identifichi con l’arcangelo come rivela il gioco nominalistico “della R composta dalle gambe ed anche dallo svolazzo posteriore della veste ad indicare se stesso” (Guidoni) e ponga sotto i suoi piedi un mostruoso demone i cui tratti caprini alludono nominalisticamente a Caprese e quindi a Michelangelo; come se non bastasse nella seconda tavola, oltre alle corna rigorosamente caprine, il volto fortemente scorciato e il naso rotto ed il pizzetto del demonio vogliono idealmente rappresentare un Michelangelo, finalmente sconfitto.

La testa di Pan nel gruppo con la Ninfa Siringa faceva parte di quel “popolo di statue” disseminato in tutti gli angoli degli Horti, frutto spesso di scavi in loco, dei più disparati soggetti da una maestosa Agrippina seduta e dalle solenni divinità greche ed orientali, dai semidei in posa come Ercole e Diomede, ai rilassati efebi, alle gioiose ninfe e ai satiri scomposti, fino ai barbari inginocchiati come telamoni, e alle teste antiche. In questo vero e proprio giardino di statue, dove l’insieme disorganico era messo in secondo piano dal loro gran numero e dalla bizzarria dei soggetti, prevaleva un’adesione gioiosa e vitale ai temi e allo spirito della cultura antica che sarà magistralmente rappresentato negli affreschi che Annibale Carracci realizzerà per i Farnese nella galleria del loro palazzo romano.