Islam e Firenze. Arte e collezionismo dai Medici al Novecento

Dal 22 Giugno 2018 al 23 Settembre 2018
FIRENZE
LUOGO: Uffizi – Aula Magliabechiana / Museo Nazionale del Bargello
CURATORI: Giovanni Curatola
ENTI PROMOTORI:
Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo
Gallerie degli Uffizi
Musei del Bargello
Firenze Musei
SITO UFFICIALE: http://https://www.uffizi.it

COMUNICATO STAMPA:
La giraffa che il Sultano d’Egitto Qayt Bay inviò in dono a Lorenzo il Magnifico nel 1487, e che testimoniava i buoni rapporti che intercorrevano fra la corte dei Medici e il mondo islamico, ebbe purtroppo vita breve: seppure tenuta in stalle speciali fatte appositamente costruire nella villa di Poggio a Caiano e in via della Scala, a Firenze, si incastrò con la testa fra le travi del soffitto e morì, spezzandosi l’osso del collo, meno di due mesi dopo. Animale praticamente sconosciuto nella Firenze di allora, fu celebrato in pittura da artisti come Francesco Botticini, Giorgio Vasari, Bachiacca, Piero di Cosimo. Quella impagliata che vedremo agli Uffizi , proveniente dal museo di storia naturale de La Specola, nell’ambito della grande mostra “Islam e Firenze. Arte e collezionismo dai Medici al Novecento” è invece quella che il Vicerè d’Egitto donò al Granduca Leopoldo II negli anni 30 del XIX secolo.
Animali esotici a parte si tratta di una sontuosa rassegna di arte islamica,curata da Giovanni Curatola eorganizzata dagli Uffizi con il Museo Nazionale del Bargello, altra sede espositiva. È un’occasione unica per scoprire conoscenze, scambi, dialoghi e influenze tra le arti di Occidente e Oriente.
Per oltre due anni un comitato scientifico internazionale ha lavorato intensamente alla selezione delle opere e al catalogo della mostra, con saggi ricchi di indagini scientifiche e storiche che mettono in chiaro il ruolo importantissimo di Firenze negli scambi interreligiosi e interculturali tra il Quattrocento e il primo Novecento. SecondoEike Schmidt, direttore delle Gallerie degli Uffizi, “la mostra mette in evidenza non solo gli interessi per la cultura islamica ben radicati già nel collezionismo mediceo, e continuati fino in epoca moderna, ma testimonia anche la fascinazione estetica per l’Oriente che, senza pregiudizi, ha sempre permeato l’arte europea. E inoltre porta alla nostra attenzione l’importanza fondamentale degli scambi commerciali, ma soprattutto intellettuali e umani, nel bacino mediterraneo e oltre, come mezzo di arricchimento e di pace ”.
Per “ D’Agostino, il Direttore dei Musei del Bargello, la rassegna è importante non soltanto per capire il ruolo dei Medici e di Firenze nei rapporti con il vicino e lontano Oriente nel Rinascimento e oltre, ma anche per svelare al pubblico il ruolo fondamentale che la città gigliata ebbe alla fine dell’Ottocento negli scambi intellettuali e collezionistici italiani e stranieri nella creazione di nuclei museali di arte islamica e di eccellenza museografica, tra cui quello del Museo Nazionale del Bargello è a tutt’oggi uno dei più importanti in Italia”.
L’interesse antico di Firenze per il mondo islamico, è testimoniato già nei diari dei mercanti fiorentini Simone Sigoli, Leonardo Frescobaldi e Giorgio Gucci che nel 1384, durante il loro pellegrinaggio in Terrasanta, visitarono anche il Cairo e Damasco, stupiti dalla quantità e dalla straordinaria bellezza dei manufatti tanto che arrivano ad affermare: “… veramente tutta cristianità per un anno si potrebbe fornire di mercatanzia in Damasco”.
Protagonista di questa iniziativa congiunta tra Bargello e Uffizi è dunque l’arte islamica con i suoi straordinari tappeti, i “mesci roba” e vasi “all’azzimina” ovvero ageminati (tecnica di lavorazione dei metalli per ottenere una decorazione policroma), i vetri smaltati, i cristalli di rocca, gli avori, le ceramiche a lustro: queste ultime in verità provenienti dall’Islam Occidentale, la Spagna, e da noi chiamate majolicadall’ultimo porto di partenza, Majorca.
A Firenze si conserva un nucleo importantissimo di arte islamica, quasi 3.300 opere donate nel 1889 dall’antiquario lionese Louis Carrand al MuseoNazionale del Bargello, già allora tra i principali musei d’Europa. La sala islamica al Bargello fu allestita nel 1982 da Marco Spallanzani e da Giovanni Curatola, su impulso di Paola Barocchi e dell’allora direttrice, Giovanna Gaeta Bertelà, che hanno posto il meglio dell’Islam in relazione con Donatello e i capolavori della statuaria del Rinascimento.
La mostra si articola in due sedi espositive: al Bargelloviene illustrato un periodo fondamentale di ricerca, collezionismo e allestimenti museali di fine Ottocento e inizio Novecento, con opere della già citata donazione di Carrand e dell’altro grande collezionista inglese, Frederick Stibbert, ma anche dei toscani Stefano Bardini e Giulio Franchetti. In quegli anni Firenze era frequentata da importanti collezionisti, italiani e stranieri, direttori di musei, curatori, conoscitori, tra i quali Wilhelm von Bode e Bernard Berenson, entrambi estimatori anche di arte islamica. È in quel clima culturale, grazie anche alla lungimiranza di grandi direttori del Bargello come Igino Benvenuto Supino, che si formò una delle più importazioni collezioni di arti decorative del mondo: e all’epoca l’Islam non era certo considerato periferico, tutt’altro.
Agli Uffizi, l’altra sede espositiva, sono raccolte le testimonianze artistiche dei contatti fra Oriente e Occidente: le suggestioni (a partire dai caratteri arabi delle aureole della Vergine e di San Giuseppe e dai costumi nell’Adorazione dei Magidi Gentile da Fabriano) e i ritratti di sultani della serie gioviana per mano di Cristofano dell’Altissimo. E ancora gli esemplari preziosi della lavorazione dei metalli, ricercatissimi già dai tempi di Lorenzo il Magnifico, le ceramiche orientali, o quelle ispano-moresche con stemmi nobiliari fiorentini. Stoffe e grandi tappeti provenienti dall’Egitto mamelucco di fine Quattrocento o degli inizi del Cinquecento, entrati molto presto nelle collezioni mediceo-granducali, i vetri, i metalli che hanno influenzato la coeva produzione italiana, e non ultimi gli splendidi manoscritti, fra i quali spiccano le pagine del più antico codice datato (1217) del “Libro dei Re” del persiano Firdusi, posseduto dalla Biblioteca Nazionale, e gli esemplari orientali della Biblioteca Medicea Laurenziana, rari per datazione e provenienza.
Un percorso spettacolare, vario, e affascinante attraverso secoli di scambi e contaminazioni culturali, arricchito anche da prestiti provenienti da importanti musei italiani e stranieri.

Firenze e l’Islam. Arte e collezionismo dai Medici al Novecentoè la mostra che gli Uffizi e il Bargello hanno organizzato con importanti prestiti internazionali e da altri Istituti del territorio fiorentino (Museo Stibbert, Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, Museo Bardinie la Villa medicea di Cerreto Guidi dove si trova allestita parte dell’eredità Bardini) che, a loro volta hanno percorsi articolati dedicati all’arte islamica nelle loro sedi museali. Questi Istituti saranno segnalati attraverso una brochure cartacea e in formato digitale, scaricabile dai due siti internet di Uffizi e Bargello, che darà conto della quantità di pregiatissime opere islamiche in tanti musei di Firenze e dintorni. La brochure in italiano e in inglese verrà consegnata a tutti i visitatori della mostra al Bargello e agli Uffizi.
Per la durata della mostra, i due musei fiorentini, inoltre, per la prima volta offrono la possibilità di acquistare un biglietto combinato per € 29, ridotto €14.50, valido tre giorni che consentirà di visitare gli Uffizi, il Bargello la mostra Firenze e l’Islam. Arte e collezionismo dai Medici al Novecento, e con accesso anche al Museo Archeologico di Firenze.

La mostra “Islam e Firenze. Arte e collezionismo dai Medici al Novecento” è in concomitanza e in collaborazionecon l’esposizione “Il Montefeltro e l’Oriente Islamico” della Galleria Nazionale delle Marche. A chi volesse partecipare alla conferenza stampa delle ore 12.30 a Urbino verrà offerto un servizio shuttle venerdì 22 giugno alle ore 8,30. Partenza da Firenze con rientro in serata (per informazioni e prenotazioni si prega cortesemente di inviare una mail all’indirizzo: [email protected])

ArtCity 2018 : l’estate romana all’insegna dell’arte.

COMUNICATO STAMPA:
ArtCity è un progetto organico di iniziative culturali, nato nei musei e per i musei, che unisce sotto un ombrello comune oltre centocinquanta iniziative di arte, architettura, letteratura, musica, teatro, danza e audiovisivo.
La manifestazione, giunta alla sua seconda edizione, copre l’intera estate 2018, da giugno a novembre ed è realizzata dal Polo Museale del Lazio, l’istituto del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo che gestisce quarantasei musei e luoghi della cultura di Roma e del Lazio, diretto da Edith Gabrielli.
L’idea è creare occasioni di visita attraverso attività pensate su misura, capaci di sfruttare l’attitudine a vivere nuove esperienze che le persone in genere rivelano soprattutto d’estate: questo, naturalmente, tenendo fermi la tutela e il decoro dei luoghi, il rigore scientifico e la qualità artistica. Il progetto mira certamente a diffondere la conoscenza dei luoghi d’arte del Lazio presso cittadini e turisti. Il vero obiettivo consiste però nel farveli tornare, innescando un processo di fidelizzazione che trasformi il Museo in un motore di crescita culturale e di coesione sociale.

L’edizione 2018 è simile alla precedente, è infatti rimasto identico il quadro metodologico di riferimento. Come identico è anche l’impegno nel recupero e nella valorizzazione delle collezioni permanenti:basti citare il restauro degli strumenti musicali conservati a Castel Sant’Angelo, come la spinetta cinquecentesca che Maurizio Croci suonerà il 13 settembre all’interno della Sala Paolina, la sala di rappresentanza fatta decorare da Paolo III Farnese.Già nel 2017, del resto, ArtCity ha fatto registrare un rimarchevole successo di critica – come dimostrano i tre volumi di rassegna stampa – e ancor più di pubblico: poco meno di 600.000 persone, infatti, sono state presenti alle varie iniziative.
Questo lusinghiero risultato si deve in primo luogo alle mostre d’arte. La mostra su Giorgione e la rappresentazione dei sentimenti si è collocata tra le mostre d’arte più viste in Italia nel 2017, addirittura la prima nella categoria di pertinenza, le mostre d’arte antica. Il successo si lega comunque anche ad altre iniziative, a torto fino adesso giudicate poco commestibili, ovvero inadatte al grande pubblico. Il discorso ha coinvolto per esempio le conversazioni con grandi architetti contemporanei o i concerti di musica antica. Persone che non erano mai entrate prima in un museo grazie ad ArtCity lo hanno fatto, per ascoltare Edouardo Souto de Moura o la Missa Cantilenanell’Abbazia di Casamari. Anche per questo ArtCity è divenuto un caso di studio, ora in corso di replica anche in altre regioni.
Nulla di strano, dunque, che una delle parole chiave di quest’anno sia continuità.
Questo non esclude comunque elementi dal carattere fortemente sperimentale, così da venire incontro a più tipi di pubblico. Un primo elemento nuovo del 2018 consiste nella diversificazione dell’offerta culturale. Si tratta della politica del gigante con le mani da orologiaio, ovvero di una struttura di grandi dimensioni, come il Polo Museale del Lazio, che, appunto, aspira a realizzare lavori di precisione. Ecco perciò nel Museo della Navi Romane di Nemi I figli della frettolosa, un progetto teatrale per ciechi, ipovedenti e vedenti,che annuncia il percorso di visita stabile capace di rispondere alle esigenze dei fruitori con esigenze specifiche. Ed ecco I Bambini e ArtCity, un programma per giovanissimi dai tre ai dieci anni, ideato con l’obiettivo di educare al patrimonio e più in generale alla visione.
Il dato davvero più innovativo del 2018 è l’intensificazione del Polo Museale all’interno del Lazio e l’avvio di collaborazioni con le amministrazioni locali. Al territorio regionale sono dedicati settantacinque appuntamenti di musica, danza e teatro, con presenze di calibro internazionale e tre residenze d’artista a Oriolo Romano, Nemi e Sperlonga. Quanto alle collaborazioni, abbiamo scelto tra i molti due progetti pilota. Il primo a Palestrina. Di concerto con il Comune, infatti, presentiamo un’intera rassegna intitolata Luci su Fortuna e una serie di visite guidate al Santuario della Fortuna Primigenia e al Museo Archeologico. Il secondo esperimento vede al centro Sora ed è per certi versi ancora più significativo, dal momento che a Sora non ha sede alcun museo del Polo: entrano così in ArtCity alcune iniziative promosse dal Comune a cominciare dalla Mostra d’Arte Cinematografica Vittorio De Sica.

Ecco, in forma sintetica, le sezioni di ARTCITY:

Il Museo come non l’hai mai vistoapre le porte di giorno e di notte a percorsi ‘segreti’ in alcuni dei monumenti più celebri di Roma e del Lazio: il Passetto, le prigioni, la stufetta di Clemente VII e leOlearie di Urbano VIII a Castel Sant’Angelo, appena restaurate e visitabili per la prima volta, la marciaronda, i sottotetti e il Belvedere di Palazzo Venezia, i sotterranei del Vittoriano o il Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina.

L’arte e l’architetturasono protagoniste nelle mostre di respiro internazionale, come Armi e potere nell’Europa del Rinascimento, allestita nella doppia sede di Palazzo Venezia e Castel Sant’Angelo, e Eternal Citynella collezione fotografica del Royal Institute of British Architects al Vittoriano, nonché nelle due serie di dialoghi con grandi architetti e fotografi di architettura.

I Bambini e ArtCity è un progetto dedicato ai bambini che propone una modalità
innovativa per vivere il patrimonio culturale attraverso l’incontro con le arti sceniche: gli spettacoli – basati appunto sul confronto tra museo e teatro –, avranno luogo in tutto il Lazio, dal Palazzo Farnese di Caprarola all’Abbazia greca di San Nilo a Grottaferrata fino a Villa Lante a Bagnaia.
Le arti performative – musica, antica e contemporanea, teatro e danza – dominano le rassegne Il giardino ritrovatoa Palazzo Venezia, Sere d’Artea Castel Sant’Angelo, Musica al Vittorianoa cura di Ernesto Assante e ancora In musica, In scenae Luci su Fortunain tutti e quarantasei i luoghi d’arte del Polo Museale del Lazio, all’insegna della qualità e della sperimentazione.

Il Polo Museale del Lazio è divenuto operativo nel marzo 2015 per gestire musei e luoghi di cultura fra i più importanti della nostra capitale e della nostra regione.
Tre anni sono trascorsi da allora. Anni durante i quali il Polo ha trovato un’identità e si è fatto strada nel complesso mondo della gestione dei beni culturali.
Fra le proprie missioni istituzionali il Polo annovera la costituzione del sistema museale regionale, ovvero la messa in rete dei soggetti pubblici e privati che si occupano di beni culturali nel Lazio. ArtCity 2018, come si vede, è un altro passo importante in questa direzione.

Modalità di visita e accesso alle iniziative di ARTCITY

ARTCITY nasce nei musei e per i musei. Per questo motivo per assistere alle iniziative del programma è sufficiente, negli spazi in cui è previsto, acquistare il solo biglietto del museo in cui si svolgono, ovviamente fino a esaurimento posti. Per la stessa ragione nei siti che non hanno biglietto l’ingresso è libero, sempre fino a esaurimento posti. In occasione di ArtCITY (26 giugno – 11 novembre) per la visita di Castel Sant’Angelo e di Palazzo Venezia, è istituito un biglietto unico che garantisce un ingresso in ciascuno dei due siti e consente l’accesso all’evento serale solo nel sito e nel giorno della prima visita.

Nei siti in cui si svolgono le iniziative di ArtCITY Estate 18 sono in vigore le seguenti riduzioni e gratuità.
Biglietto ridotto per cittadini dell’Unione Europea tra i 18 e i 25 anni.
Biglietto gratuito per minori di 18 anni, studenti e docenti dell’U. E. delle Facoltà di Architettura, di Lettere (indirizzo Archeologico o Storico-Artistico), di Conservazione dei Beni Culturali e di Scienze della Formazione, mediante esibizione del certificato di iscrizione per l’anno accademico in corso, docenti e studenti dell’U. E. iscritti alle Accademie di Belle Arti, mediante esibizione del certificato di iscrizione per l’anno accademico in corso, appartenenti all’I.C.O.M., gruppi scolastici (no universitari) dell’U.E. (previa prenotazione) con accompagnatore, giornalisti con tesserino dell’ordine, dipendenti MiBACT, portatori di handicap dell’Unione Europea e un loro accompagnatore, guide turistiche dell’U. E., mediante esibizione di valida licenza rilasciata dalla competente autorità, interpreti turistici dell’Unione Europea quando occorra la loro opera a fianco della guida, mediante esibizione di valida licenza rilasciata dalla competente autorità, al personale docente della scuola, di ruolo o con contratto a termine, dietro esibizione di idonea attestazione rilasciata dalle istituzioni scolastiche.

“Tivoli chiama” lo spettacolo dal vivo in scena nel centro storico e nelle Ville storico

IL 31 LUGLIO GRANDE SERATA PER FESTEGGIARE FRANCA VALERI, MA IN CARTELLONE ANCHE MASSIMO RANIERI, ELIO GERMANO, SYRIA, MARCO PAOLINI E TANTI ALTRI

 

Dopo il grande successo delle precedenti edizioni prende il via dall’ 8 luglio al 4 agosto 2018 la quarta edizione di “Tivoli Chiama! – Il Festival delle Arti”, rassegna culturale per la valorizzazione del patrimonio storico-artistico e paesaggistico attraverso lo spettacolo dal vivo, nata nel 2015 grazie a un bando del Mibact al quale il Comune di Tivoli ha partecipato con un progetto che si è posizionato al terzo posto in graduatoria.

Il Festival è realizzato e finanziato dal Comune di Tivoli, con il sostegno della SIAE e di Artisti 7607 e in collaborazione con il Mibact e con l’Istituto Villa Adriana e Villa D’Este. L’organizzazione e la produzione esecutiva sono affidati all’A.T.C.L. Associazione Teatrale fra i Comuni del Lazio di cui il Comune di Tivoli è socio e cofondatore.

 

Le iniziative proposte s’inseriscono in spazi in cui paesaggio, tradizione e arte rappresentano un unicum, straordinario e irripetibile. Attraverso teatro e musica gli spettatori potranno vivere un’esperienza indimenticabile nei suggestivi siti storico-archeologici di Villa D’Este, Santuario di Ercole Vincitore e Villa Adriana e nelle Piazze Rivarola e Garibaldi proseguendo il percorso di proficua collaborazione tra il Comune di Tivoli e il Mibact.

“La finalità ultima sottolinea l’Ass.re alla Cultura Urbano Barberini è quella di creare un sistema integrato che favorisca una sinergia tra le attività culturali, turistiche e imprenditoriali e i beni culturali, al fine di promuovere uno sviluppo sostenibile, in armonia con la vocazione propria del territorio tiburtino, trasformando Tivoli in una vera e propria “Fabbrica di Cultura” per gli artisti, favorendo la crescita di un pubblico che si affezioni alla città e ai suoi luoghi. Le “Arti” in questo modo saranno lo strumento attraverso il quale accrescere e coltivare sentimenti d’identità e aggregazione, insieme ad innovazione, contemporaneità e interculturalità”.

 

La scelta del nome è stata sinteticamente spiegata così dalla madrina del Festival Franca Valeri: ”Tivoli chiama, con il suo passato, con le sue ville, con la sua gente. Chiama perché ha molte cose da dire. Ascoltatele, la cultura è serenità”.

 

“L’investimento sostenuto dall’Istituto Villa Adriana e Villa d’Este sul progetto – ribadisce il Direttore Andrea Bruciati – è significativo perché crediamo nella elaborazione di una piattaforma territoriale comune volta alla ricerca e alla sperimentazione in ogni disciplina delle Arti. Ritengo che le sedi selezionate, il Santuario di Ercole Vincitore e Villa Adriana, rappresentino delle quinte scenografiche eccezionali uniche al mondo che evidenziano e supportano in maniera straordinaria il lavoro degli artisti, conferendo ad ogni appuntamento in programma una nota distintiva unica, indelebile nella memoria del pubblico e degli stessi operatori.”

 

Il cartellone si presenta ricco di appuntamenti con grandi nomi della cultura e dello spettacolo. L’8 luglio l’apertura sarà affidata all’attore Elio Germano accompagnato dalla musica dal vivo di Teho Teardo, nella splendida cornice di Villa Adriana. Il Festival proseguirà con il concerto di Massimo Ranieri dal titolo Malìa Napoletana il 13 luglio al Santuario di Ercole Vincitore; l’artista sarà accompagnato da una formazione composta da perle della musica italiana quali Enrico Rava alla tromba e al flicorno, Sebi Burgio al pianoforte, Riccardo Fioravanti al contrabbasso, Marco Guidolotti ai sassofoni e Stefano Bagnoli alla batteria.

Sempre al Santuario di Ercole il 20 luglio andrà in scena il concerto-spettacolo di Syria Perché non canti più” dedicato a Gabriella Ferri e il 1 agosto Tecno –Filò” di e con l’attore Marco Paolini.

Quest’anno per la prima volta, il 28 luglio, si terrà un concerto a Piazza Rivarola, con alle spalle la splendida cornice del Tempio della Sibilla e Ponte Gregoriano Enrico Capuano e la Tammurriata Rock si esibiranno in un concerto indimenticabile, ad ingresso libero. Il 31 luglio serata speciale a Villa d’Este “Auguri Franca!” in onore della madrina del festival, la grande attrice-autrice Franca Valeri in occasione del suo compleanno.

La chiusura del Festival il 04 agosto sarà affidata al concerto di Demo Morselli e Marcello Cirillo accompagnati da una Big Band che si terrà in Piazza Garibaldi, concludendo la kermesse con una grande festa di piazza.

 

Gli autoritratti di Leonardo da Vinci

È di questi giorni la notizia della scoperta del primo autoritratto di Leonardo da Vinci su una maiolica. Lo storico dell’arte Marco Proietti dimostra invece che la prima autorappresentazione di Leonardo si trova a Firenze ed è precedente a quest’ultimo ritrovamento, in un opera che già il Vasari attribuiva al maestro.

È di questi giorni la notizia della “più antica opera pittorica di Leonardo da Vinci”, nella forma addirittura del “suo primo autoritratto” e per giunta con una “prima firma autografa” e data di esecuzione del 1471. Il tutto inerente ad una maiolica dall’immaginifico titolo “L’arcangelo Gabriele, pittura d’Eterna vernice” di 20 per 20 centimetri, dove compare una semplice testa di profilo con un’aureola e l’accenno di due ali che lo studioso Ernesto Solari identifica in un precocissimo autoritratto del Genio Universale nelle fattezze dell’Arcangelo Gabriele.
La maiolica ha attraversato cinque secoli nel passaggio tra i pochi illustri possessori e ci è giunta intatta con il suo tesoro di firma (da Vinci lionardo), di sigle (LDV ib) e un rebus di numeri (52, data di nascita di Leonardo, e 72, che rinvia a Gb-Gabriele). Nel completo vuoto d’immagini relative al maestro fino al suo ben noto autoritratto della biblioteca Reale di Torino 1515, che lo raffigura in tarda età, le acerbe fattezze di questo profilo arcaico costituirebbero un possibile primo ritratto del giovane artista all’età di 19 anni.
In questi ultimi decenni, la storiografia dell’arte si è già impegnata ad individuare probabili ritratti del giovanissimo apprendista che accostava diversi artisti e botteghe prima e dopo il suo contratto formale col Verrocchio nel 1469. È molto probabile che in quegli ambienti il prodigioso fanciullo abbia non solo imparato i rudimenti del mestiere, come tutti i grandi artisti dell’epoca, ma anche prestato la propria opera di collaborazione, lasciando traccia della sua originalità e ottenendo persino in contraccambio di autorappresentarsi.
Ma, in nessuno dei casi che citeremo, l’artista ha lasciato improbabili firme per esteso o sigle o numeri banalmente significativi di iniziali di nome e cognome, o addirittura della sua data di nascita, poiché i grandi maestri del Rinascimento, da Giorgione al Botticelli fino a Michelangelo, non erano alieni dall’indicare la propria presenza artistica nelle opere di loro esecuzione, ma celavano indizi della loro autografia in complesse sigle, fantasiosi giochi di parole in cifra, sorta di moderni rebus. Solitamente si trattava di “oggetti” rappresentati che rimandavano per le loro iniziali al nome o cognome dell’artist. Nel nostro caso: Li-lium, Lira, Libro, Lione o Leone per Lionardo o Leonardo; ciò che li-ga o le-ga, i lacci, o “vinci” che alludono al suo luogo di nascita (Vinci). L’importanza dell’universo nominalistico è testimoniata, oltre che da questi semplici e diffusissimi indicatori, anche dalla presenza di oggetti, animali, piante o materiali segnalati discretamente all’osservatore dall’indice delle dita che qualche personaggio impone alla nostra attenzione. In Leonardo alcune figure alludenti al proprio nome ricorrono sovente, assumendo un completo significato di emblema prendendo cosi il posto della firma che non compare in nessun caso. È questo il caso della funzione che il leone assume in tutti i suoi San Girolami, per non parlare della perduta Le-da col Cigno, dove questi animali assumono la cosiddetta funzione di “animali artisti”. A partire dagli anni di collaborazione col Verrocchio, 1470, Leonardo viene a identificarsi e ad essere identificato con Gabriele Arcangelo, come attestano I tre Arcangeli di Francesco Botticini, proprio di quegli anni, dove un giovane Leonardo è rappresentato nelle vesti di Gabriele seguendo una tradizione iconografica non ancora consolidata ma che riceverà nuovo impulso a Firenze seguendo le teorie angeliche diffuse da Matteo Palmieri dal giugno 1473 nell’opera Città di Vita. Il Botticini crea una correlazione gerarchica tra gli arcangeli e definisce gli indizi che portano all’identificazione tra l’arcangelo e il giovane Leonardo le cui iniziali LI sono suggerite dal Li-lium, dal rosso li-onino delle ali, dal li-no della veste; il cognome Vi-nci dal moto del vi-so di tre quarti (cosi simile a quello dell’angelo leonardesco nel Battesimo del Verrocchio) e nel colore della “toga” vi-rdis. Per di più il dito indice della mano sinistra, piegato, delinea una LV fusi in un unico segno da leggersi come la sigla leonardesca.
E proprio in quest’ambito temporale che viene a collocarsi la maiolica col presunto ritratto di Leonardo di profilo nelle vesti di un angelo che nessun attributo, ad esempio il giglio o il richiamo di indici puntati verso l’alto, ci può far ricondurre all’arcangelo Gabriele e al suo alias Leonardo, né tantomeno il puerile gioco delle lettere alfabetiche numerate. È nella precocissima esperienza pittorica di Leonardo fanciullo, nella sua partecipazione all’affresco della Natività del Chiostrino dei Voti dell’Annunziata 1460-62 di Alesso Baldovinetti, che troviamo la prima autorappresentazione del giovanissimo artista in uno degli angeli volanti, come ci attesta una serie di dati stilistici e tecnici in appoggio a numerose indicazioni verbali che riguardano il nome e il borgo di provenienza. Il Le-gno delle tavole della tettoia, l’e-dera aderente alla parete, la pianta di li-mone, le le-gature del bue e dell’asino richiamano il nome; la Vi-pera che si nasconde in una fenditura del bugnato, la Vi-rga, la Vi-a che serpeggia sulla pianura, i vinci o legamenti sulle corna del bue, un vi-so che occhieggia nella roccia sopra i pastori, composto di elementi naturale come fronde e cespugli in una sorta di ingenua sperimentazione infantile, tutti alludenti al toponimo Vinci. Tutto l’affresco, come ci suggerisce Vasari, fa intuire la presenza di Leonardo e già prefigura la sua unica capacità di analizzare e descrivere scientificamente paesaggi, rocce stratificate, vegetali, architettura, e persino il pigro fiume e il ponte prefigurano il modello per le successive repliche fiorentine fino alla Gioconda. Un ultimo richiamo agli interessi scientifico-naturalistici del talentuoso giovinetto ci è fornito dal muso del leone appena tratteggiato sullo sperone sotto il volto-roccia, quasi un sigillo autoreferenziale che riapparirà in un disegno del 1473 e nel Battesimo di Cristo del Verrocchio.
È nel più giovane degli angeli, quello sulla sinistra, un “putto di nove anni” che annuncia ai pastori, che si può identificare il piccolo Leonardo, nella sua attitudine irriverente, cosi diversa dalla rigida fissità degli altri angeli e soprattutto nell’emblematico divaricare a squadra delle due braccia, quello destro alzato al cielo e il sinistro teso orizzontalmente ad indicare i numerosi oggetti legati al gioco nominalistico, a formare una L rovesciata e inversa. Quest’angelo è il precursore dei numerosi angeli annuncianti ricorrenti nell’opera leonardesca, “sempre alla ricerca di verità da scoprire e rivelare, di scoperte da far conoscere e mettere in pratica, di precetti da impartire, di nuove verità da rivelare” (Guidoni). È nel cantiere del Baldovinetti, 1470-76, che il giovane artista apprenderà a sposare pericolosamente la tecnica a fresco con procedimenti misti, con prevalenza di colore ad olio ed altre sostanze poco resistenti al tempo che tanti danni procureranno al maturo Leonardo dalla Battaglia di Anghiari al Cenacolo di Santa Maria delle Grazie a Milano, nel testardo rifiuto di accettare i più sicuri procedimenti tradizionali, attratto da una rischiosa sperimentazione e dalle potenzialità di trasferire sull’affresco le sottigliezze e le sfumature della pittura ad olio a lui cosi congeniale. Si può facilmente immaginare come la rudimentale tecnica di pittura su piastrella in terracotta invetriata, di veloce esecuzione, che durante l’ultima cottura perdeva molte delle sfumature originali, fosse distante dai lunghi procedimenti pittorici ad olio, realizzati per accumulo progressivo, di cui lui era maestro. Il giovane e raffinato artista probabilmente prestava la sua opera nell’ambito di due grandi botteghe fiorentine, come una quindicina di studi preparatori ad opere di Verrocchio e Ghirlandaio ci attestano facendoci intuire persino una sua partecipazione diretta alla loro esecuzione complessiva. Questi suoi interventi sono costituiti da studi di panneggi su tela di lino preparata, come ci fa supporre una mostra a lui dedicata a Parigi su “Les études de drapperie” del 1989. Il lino materiale del tutto eccezionale rispetto al consueto supporto cartaceo per disegni di drappeggi, ed a lui caro anche per la consonanza nominalistica Li-no come Li-onardo, presupponeva una esecuzione qualitativamente superiore, da non affidarsi certo ad un mediocre apprendista, ma al titolare stesso della bottega o ad un giovane talentuoso come Leonardo che tentava in vario modo di essere ricordato, anche per l’uso del Li-no, nelle opere alle quali partecipava. L’interesse leonardesco per questo prezioso materiale accresce il dubbio che un materiale di supporto cosi povero come l’argilla possa averlo interessato nei suoi esperimenti pittorici. Messa quindi in dubbio la possibilità dell’utilizzo di un supporto così povero da parte di un artista che voleva imporsi in una Firenze di botteghe ben organizzate, dobbiamo prestare la nostra attenzione all’elemento più importante del cosiddetto ritratto in maiolica, costituito dal profilo dell’angelo che una precisa analisi stilistica ci fa decisamente escludere dall’autografia leonardesca per il suo arcaismo nel profilo da medaglia, più riconducibile a modelli pierfrancescani e pollaioleschi. Le sembianze del giovane Leonardo vanno semmai ricercate nella serie di tre autorappresentazioni che potrebbero ricondurci ai suoi tratti idealizzati nell’arco di tempo che intercorre tra i suoi 13 ed i 24 anni, poiché la moderna storiografia ha già da tempo individuato tre diverse figure a lui riconducibili in tre diversi opere del Verrocchio. Nel Tobiolo e l’Angelo (Londra, National Gallery), si può riconoscere nel Tobiolo fanciullo lo stesso Leonardo tra i dodici ed i tredici anni, il che ci permette di datare la preziosa tavola al 1464-65. L’identità di Leonardo è suggerita dai capelli fulvi, come la criniera di un leone e con un deciso moto del volto rivolto in pieno sole; il suo nome è suggerito nel gioco nominalistico dai molti le-gacci, delle vesti e delle calzature e dalla le-ttera arrotolata che stringe nella mano. La sua mano sarebbe riconoscibile in alcuni dettagli pittorici come il cagnolino ed il pesce e nei giochi topiarii del paesaggio. Nella Madonna col bambino e due angeli sempre a Londra, opera verrocchiesca di collaborazione col Perugino, Leonardo ragazzo è identificabile nell’Arcangelo Gabriele, per i suoi capelli color fulvi da leone e dal Li-lium naturalisticamente descritto che entrambi le mani indicano. La bellissima testa ruotata di tre quarti sembra in adorazione di un punto alto e lontano che, come per il Tobiolo, non può essere che il sole ed il suo volto imberbe e quasi femmineo lo fanno propendere verso i quindici e sedici anni datando la tavola al 1467-68. Il banale profilo della maiolica sarebbe successivo di soli quattro anni a questa compiutissima prova che avrebbe fatto sfigurare qualsiasi altro competitore e anticiperebbe di cinque anni il meraviglioso angelo nel Battesimo di Cristo del Verrocchio che già dal Vasari era attribuito a Leonardo e la cui fisionomia rappresentava idealmente il giovane maestro ad un’età apparente tra i 16 ed i 17 anni ma che in realtà ne aveva 24 visto che la tavola è datata al 1476. Ancora una volta la folta e lunga capigliatura che ha sempre l’aspetto di una criniera le-onina dorata dai riflessi del sole connota l’artista oramai diventato ufficialmente maestro dal 1472 che offre in questa tavola una prova cosi alta delle sue capacità creative e di rifinitura ad olio di alcune parti a tempera da convincere Andrea Verrocchio “geloso del suo allievo troppo bravo” (Vasari) ad abbandonare definitivamente la pittura per dedicarsi all’attività scultorea. L’altro angelo, più giovane, tradizionalmente attribuito al Verrocchio ma probabilmente di mano leonardesca, guarda in adorazione il suo compagno, disinteressandosi alla scena sacra in una sorta di “amore tra angeli” che verosimilmente sublima una amore fra giovani. È di quegli anni infatti l’accusa di sodomia imputata al ventiquattrenne Leonardo, che fortunosamente non fu travolto dallo scandalo e che qui, nelle sembianze dell’angelo che distoglie lo sguardo dal compagno, sembra chiedere aiuto al Signore. A questo fatto di scottante attualità sembrano far riferimento le vistosissime pietre in primo piano davanti ai due giovani, da interpretarsi non più come una particolarità geologica ma come le “scandole” di un tetto che stanno quindi a dichiarare che in questa parte dell’opera è raffigurato uno “scandalo” di pubblica notorietà. A suggello di tutto il suo intervento appare un’elegante V leonardesca, tracciata su un ciottolo rotondeggiante in primo piano che, insieme alle nominalistiche Li o Le, sono state esclusivamente scelte dal pittore per auto segnalarsi e sole ci permettono di accedere alle più riposte pieghe delle sua personalità.

Marco Proietti

Henri Cartier – Bresson. Landscapes/Paysages – Bard

Dal 17 Giugno 2018 al 21 Ottobre 2018
BARD | AOSTA
LUOGO: Forte di Bard
CURATORI: Andréa Holzherr
ENTI PROMOTORI:
Magnum Photos International
Fondation Henri Cartier-Bresson – Parigi
TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 0125 833811
E-MAIL INFO: [email protected]
SITO UFFICIALE: http://www.fortedibard.it/

COMUNICATO STAMPA:
Dal 17 giugno al 21 ottobre 2018 la mostra realizzata dal Forte di Bard in collaborazione con Magnum Photos International e Fondation Henri Cartier-Bresson di Parigi, presenta 105 immagini in bianco e nero, personalmente selezionate da Henri Cartier-Bresson, scattate tra gli anni Trenta e gli anni Novanta fra Europa, Asia e America.

Ciascuna fotografia è rappresentazione di quell’‘istante decisivo’ che per il maestro è il “riconoscimento immediato, nella frazione di un secondo, del significato di un fatto e, contemporaneamente, della rigorosa organizzazione della forma che esprime quel fatto”.

Sebbene in alcune foto compaiano anche delle persone, l’attenzione dell’autore è concentrata in modo particolare sull’ambiente, tanto che si può parlare di Paesaggio della Natura e Paesaggio dell’Uomo.

Le immagini in bianco e nero di colui che è stato denominato l’”occhio del secolo”, sono raggruppate per tema: alberi, neve, nebbia, sabbia, tetti, risaie, treni, scale, ombra, pendenze e corsi d’acqua. A proporre una “promenade” tra paesaggi urbani e paesaggi rurali.

Sono immagini che riflettono il rigore e il talento di Henri Cartier-Bresson che in esse ha saputo cogliere momenti e aspetti emblematici della natura. Spesso immortalando la perfetta armonia tra le linee e le geometrie delle immagini. Armonia perfetta e serena, ad offrire una interpretazione naturale, calma e bella di un secolo, il ventesimo, per altri versi magmatico e drammaticamente complesso.

Come ha affermato il poeta e saggista Gérard Macé nella prefazione al catalogo Paysage (Delpire, 2001), “Cartier Bresson è riuscito a fare entrare nello spazio ristretto dell’immagine fotografica il mondo immenso del paesaggio, rispettando i tre principi fondamentali che compongono la sua personale geometria: la molteplicità dei piani, l’armonia delle proporzioni e la ricerca di equilibrio”.

Nato nel 1908 a Chenteloup, Seine-et-Marne, Cartier-Bresson fu co-fondatore nel 1947 della celebre agenzia Magnum.
Dopo gli studi di pittura, la frequentazione degli ambienti surrealisti e dopo l’esperienza in campo cinematografico al fianco di Jean Renoir, nel 1931, in seguito a un viaggio in Africa, decide di dedicarsi completamente alla fotografia.
Da Città del Messico a New York, dall’India di Gandhi alla Cuba di Fidel Castro, dalla Cina ormai comunista all’Unione Sovietica degli anni cinquanta: HCB percorre la storia del secolo breve con la fedele Leica al collo, scegliendo con cura il punto di ripresa, cogliendo il ‘momento decisivo’ e dando vita a immagini ormai entrate nell’immaginario comune e che gli sono valse l’appellativo di ‘occhio del secolo’.

Orari: martedì-venerdì: 10-18. Sabato, domenica e festivi: 10-19. Aperta tutti i giorni dal 23 luglio al 2 settembre 10-19.30.
La Biglietteria chiude 45 minuti prima.

Manifesta 12 Palermo : la Biennale nomade Europea

Dal 16 Giugno 2018 al 04 Novembre 2018
PALERMO
LUOGO: Sedi varie
TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 091 6230804
E-MAIL INFO: [email protected]
SITO UFFICIALE: http://m12.manifesta.org

COMUNICATO STAMPA:
Manifesta, la Biennale nomade europea, nasce nei primi anni ’90 in risposta al cambiamento politico, economico e culturale avviatosi alla fine della guerra fredda e con le conseguenti iniziative volte a facilitare l’integrazione sociale in Europa. Sin dall’inizio, Manifesta si è costantemente evoluta in una piattaforma per il dialogo tra arte e società in Europa, invitando la comunità culturale e artistica a produrre nuove esperienze creative con il contesto in cui si svolge. Manifesta è un progetto culturale site-specific che reinterpreta i rapporti tra cultura e società attraverso un dialogo continuo con l’ambito sociale.

Manifesta è stata fondata ad Amsterdam dalla storica dell’arte olandese Hedwig Fijen, che ancora oggi la guida. Ogni nuova edizione viene avviata e finanziata individualmente, ed è gestita da un team permanente di specialisti internazionali. Il team di Manifesta 12 lavora dai suoi uffici di Amsterdam e Palermo, ed un ufficio di prossima apertura a Marsiglia. Diretta da Hedwig Fijen e Peter Paul Kainrath, la squadra permanente è composta da Tatiana Tarragó, Paul Domela, Esther Regueira, Yana Klichuk, Asell Yusupova, Marieke van Hal and Mikaela Poltz, nonché dal direttore generale di Manifesta 12 Roberto Albergoni e dalla coordinatrice Francesca Verga. Nel prossimo decennio, Manifesta si concentrerà sulla propria evoluzione da autorevole biennale d’arte contemporanea a piattaforma europea interdisciplinare volta a esplorare e catalizzare un cambiamento sociale positivo in Europa attraverso la cultura contemporanea.

La Città di Palermo è stata selezionata dal comitato di Manifesta per la sua rilevanza su due principali temi che identificano l’Europa contemporanea: migrazione e condizioni climatiche, e sull’impatto che queste questioni hanno sulle nostre città. Le diverse stratificazioni e la fitta storiografia di Palermo – occupata da diverse civiltà e culture con forti legami e connessioni con l’Africa del Nord e il Medioriente negli ultimi 2000 anni – hanno lasciato le loro tracce nella società multiculturale, localizzata nel cuore dell’area mediterranea.

“Manifesta 12 a Palermo è una grande sfida per ripensare a come gli interventi culturali possano avere un forte ruolo nell’aiutare a ridefinire uno dei più iconici crocevia del Mediterraneo della nostra storia, all’interno di un lungo processo di trasformazione. Manifesta 12 vuole affrontare diverse interrogativi tra cui: la partecipazione dei cittadini alla governance della Città, e come riconoscersi cittadini e riappropriarsi della Città. Le questioni migratorie della città sono emblematiche di una più ampia situazione di crisi che l’intera Europa si trova ora a fronteggiare.” – Hedwig Fijen, Direttrice di Manifesta.

“Avere Manifesta 12 a Palermo nel 2018 è un’opportunità fantastica per la città per rafforzare la sua identità locale e internazionale. É un’opportunità per l’Europa per apprezzare il significato della sua dimensione e identità Mediterranea e Mediorientale: Palermo ha portato Manifesta nel Mediterraneo e il Mediterraneo in Europa. Manifesta 12 è un’opportunità per celebrare Palermo nella sua essenza: un laboratorio per l’arte e la cultura. La città è capace di rinnovare se stessa e costruire il proprio futuro” – Leoluca Orlando, Sindaco di Palermo

“Siamo onorati di lavorare con la Città di Palermo per l’edizione di Manifesta 12. Nel clima politico corrente, la storia e il carattere di Palermo fanno della città un laboratorio ideale per re-immaginare, da una prospettiva mediterranea, i valori liberali che condividiamo, e toccare questioni cruciali del presente e del futuro della città europea. A livello personale, essendo italiano e siciliano, e avendo come molti della mia generazione lavorato per diversi anni all’estero, mi sento particolarmente onorato di poter contribuire a questa edizione di Manifesta.” – Ippolito Pestellini Laparelli, Manifesta 12 Creative Mediator; Architetto; OMA

La maggiore ambizione di Manifesta 12 è lavorare in modo interdisciplinare accanto alle comunità locali in modo da ripensare le infrastrutture architettoniche, urbane, economiche, sociali e culturali della città. Manifesta 12 può analizzare il ruolo importantissimo che ogni intervento culturale ha nel permettere ai cittadini di riconoscere le proprie responsabilità e i propri diritti. Manifesta 12 a Palermo può agire da incubatore supportando le comunità locali attraverso diversi interventi culturali: per ripensare la città nelle sue strutture socio-economiche e culturali, usando il profilo esistente della civitas come piattaforma per il cambiamento sociale.

Il programma pre-biennale avrà inizio dalla costruzione di un processo che porti all’attuazione di un quadro teorico sostenibile e alla definizione dei parametri del processo di rivitalizzazione della città. In questa fase, Manifesta vuole attivare le comunità di Palermo nell’identificazione della sua missione e obiettivi, così come le sfide, le aspettative e i possibili esiti di Manifesta 12.

Debutta a Venezia magister Canova – Venezia

L’esperienza artistica di uno dei massimi scultori di ogni tempo si trasforma in uno spettacolare percorso multimediale negli spazi della Scuola Grande della Misericordia di Venezia.
Dopo Magister Giotto, arriva in Laguna Magister Canova, secondo atto di una trilogia destinata a concludersi nell’estate 2019 con un omaggio a Raffaello alla vigilia dei 500 anni dalla sua morte.

Nello storico edificio di Cannaregio, la voce narrante di Adriano Giannini e il violoncello di Giovanni Sollima sono oggi l’accompagnamento di un viaggio a 360 gradi nella creazione di Antonio Canova, fatto di emozione e conoscenza, video, proiezioni immersive e, naturalmente, dei capolavori immortali del maestro veneto.
Realizzata da Cose Belle d’Italia Media Entertainment in collaborazione con Fondazione Canova e Museo Antonio Canova di Possagno, la mostra si avvale di un autorevole comitato scientifico coordinato dai curatori Mario Guderzo e Giuliano Pisani, su cui si innesta la direzione artistica di Luca Mazzieri, autore e regista di film d’arte. Il risultato è un racconto avvolgente “capace di spaziare dal micro al macro, dalla farfalla di Amore e Psiche al gigante Ercole che scaglia Lica, passando dalla danza alla bellezza senza tempo di Paolina Borghese”, ha spiegato l’amministratore delegato e supervisore creativo del progetto Renato Saporito.

Ad accogliere il pubblico è una monumentale installazione site specific creata da Fabrizio Plessi immaginando di immergersi nella mente dell’artista. Subito dopo un enorme blocco di marmo bianco, simile a quello di Carrara preferito da Canova, segna l’ingresso nella galassia della scultura.
Tra visioni illusorie e ricostruzioni scenografiche, sette temi e tre approfondimenti scandiscono l’itinerario nell’arte del maestro neoclassico, accostando allo splendore delle Tre Grazie la delicatezza di Amore e Psiche o la potenza degli Eroi.
Da non perdere, i disegni anatomici originali provenienti dalla Biblioteca dell’Istituto Superiore di Sanità e il focus sul metodo di Canova, che con le sue innovazioni lasciò un segno indelebile nella storia della scultura mondiale.

Mentre Magister Giotto viaggia già tra il Giappone e la Russia, il format si rinnova mescolando ancora una volta arte, musica, parola e tecnologie. Obiettivo: esportare nel mondo le eccellenze della cultura italiana, ma anche allargare la base del pubblico di casa, soprattutto in direzione dei visitatori più giovani.

Magister Canova sarà in programma alla Scuola Grande della Misericordia di Venezia dal 16 giugno al 22 novembre.

Nuove acquisizioni. Le nature morte del Maestro di Hartford – Modena

MODENA
LUOGO: Galleria Estense
COSTO DEL BIGLIETTO: intero € 4, ridotto € 2. Il biglietto consente la visita alla Galleria Estense
TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 059 4395711
SITO UFFICIALE: http://www.gallerie-estensi.beniculturali.it/

COMUNICATO STAMPA:
Dal 16 giugno 2018, la Galleria Estense di Modena si arricchisce di due nuovi capolavori.
Si tratta di due nature morte, Alzatina con fichi, pesche e uva, vaso di fiori e frutta e Alzatina con uva e pesche, vaso di fiori, frutta e farfalla, realizzate agli inizi del XVII secolo (1600-1602) dall’artista conosciuto come il Maestro di Hartford.

Fino al 16 settembre, i due dipinti, dotati di cornici di cui erano privi offerte dall’Associazione Amici delle Gallerie Estensi, saranno presentati in anteprima al pubblico.

“È l’alba di una diversa sensibilità – afferma Federico Fischetti, uno dei curatori della Galleria – che indirizza la pittura italiana verso un nuovo rapporto con la realtà e il quotidiano. Fiori freschi e frutti maturi, in posa sotto una luce analitica, si caricano di significati allusivi alla caducità della vita, al continuo rigenerarsi della natura. Di lì a poco, il successo di questa poetica e di ricerche alternative condotte da maestri del nord Europa, porterà al diffondersi ovunque di artisti e botteghe specializzati. Perdendo qualcosa della tensione iniziale, la natura morta diventerà un genere decorativo fortunatissimo per gran parte del Sei e Settecento”.

A partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso, gli studiosi di natura morta italiana si interrogarono sull’autore del meraviglioso Vaso di fiori e frutta su tavolo conservato al Wadsworth Atheneum Museum of Art di Hartford.
Ascrivibile al contesto romano dei primissimi anni del Seicento, tale dipinto presenta stringenti ed enigmatiche affinità stilistiche con la produzione giovanile di Caravaggio e nel tempo è stato radunato attorno ad esso un corpus di una decina di altre opere dello stesso misterioso autore, convenzionalmente chiamato “Maestro di Hartford”.
Fra di esse, la coppia di nature morte della Galleria Estense manifesta i tipici elementi comuni a questo nucleo di dipinti: la luce analitica, l’ampolla di vetro in cui sono immersi i fiori, la presentazione di frutta su una tovaglia bianca contro uno sfondo scuro.
È possibile che provengano dalla collezione del cardinale Scipione Borghese, il grande mecenate e collezionista che di sicuro possedeva altri dipinti del Maestro di Hartford, due dei quali ancora oggi conservati a Roma in Galleria Borghese.

Queste tele provengono storicamente da Villa Parisi Borghese a Monte Porzio Catone (RM), edificio acquistato nel 1614 dal cardinale Scipione Borghese e rimasto in possesso della famiglia fino alla fine dell’Ottocento, quando è passato agli attuali proprietari.
Dal 1972 sono state più volte vendute sul mercato. Nel 1994 il Ministero dei Beni Culturali ne ha notificato l’interesse culturale particolarmente importante, e nel corso della successiva vendita all’asta, avvenuta a Milano, il 28 novembre 1995, le ha acquistate esercitando il diritto di prelazione.
Tuttavia, l’acquirente, un noto collezionista modenese, che le aveva comprate nella stessa asta del 1995 ha impugnato il provvedimento dando inizio a una lunga vicenda giudiziaria.
A causa del lungo protrarsi della contesa, risolta in favore dello Stato solo nel 2018, la Direzione Generale Musei del MiBACT ha assegnato permanentemente le due opere alla Galleria Estense di Modena, dov’erano state custodite in deposito per tutti questi anni, per ragioni di competenza territoriale rispetto alla residenza del ricorrente.

Orari: Lunedì chiuso. Dal martedì al sabato, 8.30-19.30. Domenica, 14.00-19.30.
Prima domenica del mese ingresso gratuito, 8.30-19.30

Il silenzio sulla tela.Natura morta spagnola da Sanchez Cotan a Goya – Torino

Dal 20 Giugno 2018 al 30 Settembre 2018
TORINO
LUOGO: Galleria Sabauda
ENTI PROMOTORI:
MiBACT
COSTO DEL BIGLIETTO: intero: € 12, ridotto: € 6
TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 011 5211106
E-MAIL INFO: [email protected]
SITO UFFICIALE: http://www.museireali.beniculturali.it/

COMUNICATO STAMPA:
Dal 20 giugno al 30 settembre 2018 i Musei Reali di Torino presentano, in collaborazione con Bozar/Palais des Beaux-Arts di Bruxelles e Intesa San Paolo, una mostra antologica sul tema della natura morta spagnola dal titolo Il silenzio sulla tela. Natura morta spagnola da Sánchez Cotán a Goya.

L’esposizione, ospitata all’interno delle Sale Palatine della Galleria Sabauda, intende presentare un percorso sul genere della natura morta dalla sua nascita negli ultimi decenni del Cinquecento fino all’inizio dell’Ottocento. Facendo seguito alle importanti esposizioni tenutesi alla National Gallery di Londra nel 1995 e al Museum of Fine Arts di Bilbao nel 1999, la mostra racconta l’evoluzione della natura morta spagnola nel contesto europeo, sottolineando ciò che la differenzia e nello stesso tempo ciò che l’accomuna alla produzione degli altri centri artistici nelle Fiandre e in Italia. A tal fine, le opere spagnole saranno messe a confronto con alcune tele delle collezioni della Galleria Sabauda e tre opere provenienti dalle collezioni delle Gallerie d’Italia di Napoli.

La mostra, organizzata secondo un percorso cronologico in quattro sezioni, comprende circa quaranta opere provenienti da prestigiosi musei pubblici quali il Museo del Prado di Madrid, le Gallerie degli Uffizi e l’Art Museum di San Diego così come da importanti collezioni private.

Milleduocento. Civiltà figurativa tra Umbria e Marche al tramonto del Romanico-Metelica – Macerata

Dal 08 Giugno 2018 al 04 Novembre 2018
MATELICA | MACERATA
LUOGO: Museo Piersanti
CURATORI: Fulvio Cervini
ENTI PROMOTORI:
Mibact
Regione Marche
Comune di Matelica
Diocesi di Fabriano-Matelica
Museo Piersanti
Università di Camerino
SAGAS Dipartimento di Storia dell’Arte di Firenze
Anci Marche
COSTO DEL BIGLIETTO: intero € 8, ridotto € 6 (dai 12 ai 18 anni, over 65, soci FAI, Touring Club, gruppi superiori a 10 persone, residenti nel Comune di Matelica, studenti in materie umanistiche e storico-artistiche). Gratuito per bambini fino a 11 anni, disabili con accompagnatore, stampa, militari in divisa
TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 0737 84445
E-MAIL INFO: [email protected]

COMUNICATO STAMPA:
Una mostra preziosa, un atto di storia dell’arte, un percorso che spiega perché intorno al 1200, tra Umbria e Marche, il linguaggio figurativo si trasforma così sensibilmente verso un naturalismo di grande potenza plastica, e l’arte guida diviene la scultura in legno policromo. Un’arte che propone un concerto tra le arti, ponendosi come crocevia tra scultura, pittura, arti preziose.

Milleduecento. Civiltà figurativa tra Umbria e Marche al tramonto del Romanico è l’ultimo appuntamento espositivo 2018 del progetto Mostrare le Marche, nato dal protocollo d’intesa fra la Regione, il Mibact, l’Anci Marche, la Conferenza Episcopale e i Comuni di Macerata, Ascoli Piceno, Fermo, Loreto, Matelica e Fabriano per promuovere la conoscenza e lo sviluppo dei territori colpiti dal sisma del 2016.

Con il percorso di Mostrare le Marche, da Loreto a Macerata, da Ascoli Piceno a Fermo e Matelica, si è creata una via dell’arte che ha portato all’attenzione del pubblico la vastità e la preziosità del patrimonio storico-artistico della regione.

Il coupon promozionale scaricabile da eventi.turismo.marche.it consente di usufruire di uno sconto per visitare le mostre ancora aperte: Cola dell’Amatrice. Da Pinturicchio a Raffaello ad Ascoli Piceno fino al 15 di luglio; Il Quattrocento a Fermo. Tradizione e avanguardie da Nicola di Ulisse a Carlo Crivelli, a Fermo fino al 2 di settembre e Milleduecento. Civiltà figurativa tra Umbria e Marche al tramonto del Romanico che apre a Matelica l’8 di giugno.

LA MOSTRA E IL PERCORSO ESPOSITIVO
A guidare lo straordinario progetto espositivo Milleduecento. Civiltà figurativa tra Umbria e marche al tramonto del Romanico è la certezza che le opere d’arte rappresentino un contributo insostituibile alla formazione di una civiltà, che a sua volta si esprime attraverso le loro forme. La civiltà di questi territori si racconta anche attraverso la qualità del suo patrimonio, soprattutto medievale. Si parte dal Cristo trionfante, rappresentato vivo sulla croce e vittorioso sulla morte, immagine centrale e paradigmatica di una cultura che proprio esaltando questa iconografia persegue un suo rinnovamento della forma. Crocifissi monumentali e Madonne in trono col Bambino dialogano con tavole dipinte e oreficerie per ricomporre un tessuto dinamico e sorprendente.
La mostra, curata da Fulvio Cervini, richiama nel titolo The Year 1200: una rassegna vasta e memorabile, che nel 1970, al Metropolitan Museum di New York, pose il tema del grande linguaggio aulico che attraversa ampie contrade dell’Europa occidentale a cavallo tra i due secoli; ma rammenta anche, non solo per assonanza, Duecento. Forme e colori del Medioevo a Bologna, l’importante mostra bolognese del 2000, peraltro incentrata in misura larga sulla pittura; e ancora analoghe e più recenti riflessioni maturate in terra francese, come la mostra Una renaissance. L’art entre Flandre et Champagne 1150-1250(Saint Omer e Parigi, 2013), invece molto orientata sulle arti preziose. Certamente la mostra di Matelica non vuole rivaleggiare con queste iniziative ma, come queste, tende a percorrere una via maestra degli studi medievistici internazionali, ed è frutto di ricerche che i promotori da tempo hanno intrapreso.

La novità della proposta consiste nel fatto che il caso umbro e marchigiano non è mai stato, finora, messo adeguatamente a fuoco in questa prospettiva, né tanto meno attraverso una mostra: e a maggior ragione in un Paese come il nostro, dove le esposizioni d’arte medievale sono complessivamente piuttosto rare.
Il grande serbatoio di questa mostra, che è il territorio, è rappresentato da molte opere di non facile accesso perché provenienti da edifici lesionati, ovvero conservate in depositi chiusi al pubblico ma che, grazie a quest’iniziativa tornano ad essere fruibili e possono essere comparate con alcuni prestiti importanti che danno ulteriore misura e testimonianza della grande apertura culturale dello spazio umbro-marchigiano intorno al 1200.

Il percorso espositivo si sviluppa intorno a cinque nuclei tematici: il primo, Un crocifisso modello, presenta il crocifisso di Matelica come testimone d’eccellenza di una tipologia molto ben rappresentata nelle Marche nell’autunno del XII secolo: vi si affiancheranno tra gli altri gli esemplari di Ancona e del duomo di Camerino, come pure i crocifissi del Museo di Sant’Agostino a Genova e della collezione Salini. Il secondo nucleo, Sculture come oreficerie e oreficerie come sculture, punta invece a mettere in luce gli incroci fra le arti all’insegna della preziosità, reale o simulata, dei manufatti: si tratti di opere in metallo ovvero di sculture che volevano sembrare oreficerie monumentali, e che proprio verso il 1200 si volgono a policromie più naturalistiche. I crocifissi di Arezzo e di Certaldo vengono messi a confronto con le piccole croci bronzee di Cortona e di Fabriano, con la spettacolare croce del Tesoro di San Francesco ad Assisi, e con il formidabile piatto di legatura, smaltato a Limoges, del Museo Civico d’Arte Antica di Torino. La terza sezione, Pittura a tre dimensioni, si apre con il singolare crocifisso di Arquata del Tronto, che si dichiara a tutti gli effetti come una pittura a rilievo: le intersezioni tra scultura e pittura sono evidenziate dalla croce di Petrus, proveniente da San Salvatore a Campi di Norcia, dalle Madonne troneggianti di Cesi, Castelli, Foligno e l’Aquila, dal frammento di Brera e dalle tavole del Museo Nazionale dell’Aquila e di Santa Maria in Via a Camerino.

Questo nucleo confluisce direttamente nel successivo, che si propone di intitolare Un nuovo senso della natura nell’incontro fra le arti. Qui si intende mostrare come l’osmosi tra pittura, scultura e arti suntuaria generi un rinnovato senso della realtà che ispira una rivoluzione formale tra le più alte e decisive della civiltà occidentale. Vi troveranno spazio i Cristi di Jesi, Montemonaco, San Gimignano e della Galleria Nazionale dell’Umbria, mentre la bella testa di Gesù del Museo del Duomo di Prato troverà un ideale corrispettivo in pietra nella testa virile nel Museo del Ducato di Spoleto.Vi si potrà inoltre ammirare, dopo il restauro, la croce dipinta delle Clarisse di Matelica, normalmente invisibile al pubblico. L’ultima, piccola sezione, Sculture in miniatura, torna al mondo delle arti suntuarie per mettere in risalto altre e succose interferenze: le arti del metallo ispirano formule che pittura e scultura traducono nella scala grande, ma a loro volta riprendono nel minimo formato certe soluzioni statuarie. Lo provano alcuni turiboli, provenienti da Cortona, Arezzo e Firenze e una significativa selezione di matrici per sigilli umbri e marchigiani del Duecento, conservati al Museo del Bargello, tra cui, appunto, la matrice del Comune di Matelica. Qui sarà inoltre presentato uno dei codici miniati del XII secolo conservati nella Biblioteca Vallicelliana di Roma ma provenienti dall’abbazia di Sant’Eutizio in val Castoriana, luogo devastato dal terremoto da cui dipendeva la chiesa del territorio matelicese ove si trovava il crocifisso del Museo Piersanti.

L’iniziativa vede la collaborazione del Comune di Matelica e del Museo Piersanti con l’Università di Firenze, e coinvolge gli uffici territoriali del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo, la Regione Marche, le Diocesi interessate.