VIVIAN MAIER. UNA FOTOGRAFA RITROVATA

Dal 27 ottobre gli spazi espositivi della Fondazione Puglisi Cosentino ospitano una delle più complete rassegne dedicate alla grande fotografa statunitense: con oltre 120 fotografie in bianco e nero realizzate tra gli anni Cinquanta e Sessanta, una selezione di immagini a colori scattate negli anni Settanta e alcuni filmati in super 8, la mostra Vivian Maier. Una fotografa ritrovata è un viaggio nelle opere e nella vita di un’artista che ha fatto del mistero il suo fascino.

La mostra, a cura di Anne Morin con Alessandra Mauro, vede il patrocinio del Comune di Catania ed è prodotta e organizzata dal Gruppo Arthemisia, Contrasto e diChroma Photography.

LA MOSTRA
Vivian Maier. Una fotografa ritrovata presenta al pubblico l’enigma di un’artista che in vita realizzò un enorme numero di immagini senza mai mostrarle a nessuno e che ha tentato di conservare come il bene più prezioso.
Tata di professione e fotografa per diletto, le fotografie della Maier non sono mai state esposte né pubblicate mentre era in vita, come se volesse fotografare per se stessa. Nonostante non abbandonasse mai la macchina fotografica, scattando compulsivamente con la sua Rolleiflex, la maggior parte dei suoi rullini non sono stati sviluppati fino al 2007 quando John Maloof (giovane produttore cinematografico all’epoca agente immobiliare), acquista durante un’asta parte dell’archivio della Maier confiscato per un mancato pagamento.
Da quel momento Maloof, riconoscendo il grande valore del tesoro ritrovato, non smetterà di cercare materiale riguardante questa misteriosa fotografa, arrivando ad archiviare oltre 150.000 negativi e 3.000 stampe.

Attraverso scorci e scene di New York e Chicago (città in cui visse la Maier), ma anche istantanee di piccoli dettagli, particolari e imperfezioni il grande pubblico ha così la possibilità di conoscere il carattere discreto seppur deciso e intransigente di un’artista unica.
Tra i suoi soggetti prediletti anche bambini e anziani; fugaci momenti di vita e di strada; città e abitanti in un momento di fervido cambiamento sociale e culturale. Immagini potenti, di una folgorante bellezza che rivelano una grande fotografa.

Osservando il suo imponente corpus fotografico spicca la presenza di numerosi autoritratti, quasi un possibile lascito nei confronti di un pubblico con cui non ha mai voluto o potuto avere a che fare. Il suo sguardo austero, riflesso nelle vetrine, nelle pozzanghere, la sua lunga ombra che incombe sul soggetto della fotografia diventano un tramite per avvicinarsi a questa misteriosa fotografa.

Come scrive Marvin Heifermann nell’introduzione al catalogo, “Seppur scattate decenni or sono, le fotografie di Vivian Maier hanno molto da dire sul nostro presente. E in maniera profonda e inaspettata… Maier si dedicò alla fotografia anima e corpo, la praticò con disciplina e usò questo linguaggio per dare struttura e senso alla propria vita conservando però gelosamente le immagini che realizzava senza parlarne, condividerle o utilizzarle per comunicare con il prossimo. Proprio come Maier, noi oggi non stiamo semplicemente esplorando il nostro rapporto col produrre immagini ma, attraverso la fotografia, definiamo noi stessi”. L’evento è consigliato da Sky Arte HD.
Il catalogo è edito da Contrasto.

Vivian Dorothea Maier nasce il primo febbraio 1926 a New York, nel Bronx. È figlia di Maria Jaussaud, nata in Francia, e del marito Charles Maier, di origine austriaca. I genitori presto si separano e la figlia viene affidata alla madre, che si trasferisce presso un’amica francese, Jeanne Bertrand, fotografa professionista.
Negli anni Trenta le due donne e la piccola Vivian si recano in Francia, dove Vivian vive fino all’età di 12 anni. Nel 1938 torna a New York, città in cui inizierà la sua vita di governante e bambinaia. Il primo impiego è presso una famiglia a Southampton, nello stato di New York. Poi nel 1956, si traferisce a Chicago per lavorare con la famiglia Gensburg.
Verso la fine della sua vita si ritrova in gravi ristrettezze economiche e un giorno viene ricoverata per un banale incidente. Quel ricovero, che doveva essere passeggero, si rivela fatale. Muore il 21 aprile 2009. Nell’arco della sua vita realizza oltre centomila fotografie ma il suo lavoro rimane sconosciuto fino a quando John Maloof lo scopre per puroVIVIAN

AMBROGIO LORENZETTI A SIENA

A Siena, presso il Santa Maria della Scala, dal 22 ottobre 2017 al 21 gennaio 2018, sarà allestita la mostra dal titolo Ambrogio Lorenzetti. L’esposizione, promossa e finanziata dal Comune di Siena, gode dell’Alto Patronato del Presidente della Repubblica che sarà presente alla cerimonia d’inaugurazione il 20 ottobre, e del patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e della Regione Toscana esi preannuncia come l’evento più importante dell’anno tra le esposizioni organizzate non solo a Siena ma anche in Italia.

La mostra rappresenta in realtà il culmine di un progetto scandito “in più tappe”, avviato nel 2015 con l’iniziativa Dentro il restauro e mirato ad una profonda conoscenza dell’attività dell’artista, ad una migliore conservazione delle sue opere e a favorirne l’avvicinamento da parte del pubblico. Con Dentro il restauro, realizzato grazie al contributo del MiBACT per Siena Capitale Italiana della Cultura 2015, sono state trasferite al Santa Maria della Scala alcune importanti opere dell’artista che necessitavano di indagini conoscitive, di interventi conservativi e di veri e propri restauri: il ciclo di affreschi staccati della cappella di San Galgano a Montesiepi e il polittico della chiesa di San Pietro in Castelvecchio a Siena (nell’occasione più correttamente ricomposto e riunito con l’originaria cimasa raffigurante il Redentore benedicente) sono stati allestiti in un cantiere di restauro ‘aperto’, fruibile dalla cittadinanza e dai turisti. I restauri sono proseguiti con l’apertura di altri due cantieri, il primo nella chiesa di San Francesco, volto al recupero degli affreschi dell’antica sala capitolare dei frati francescani senesi, e l’altro nella chiesa di Sant’Agostino, nel cui capitolo Ambrogio Lorenzetti dipinse un ciclo di storie di Santa Caterina e gli articoli del Credo.

In mostra e nel catalogo torneranno così a vivere idealmente i cicli di affreschi del capitolo e del chiostro della chiesa francescana senese, che tra l’altro contenevano la prima rappresentazione di una tempesta nella storia della pittura occidentale (nella quale spiccava la “grandine folta in su e’ palvesi”, scrisse Ghiberti); il ciclo di dipinti della chiesa agostiniana senese, modello esemplare ancora nel primo Quattrocento, quando si approntò l’armadio delle reliquie della cattedrale; quello della cappella di San Galgano a Montesiepi, a tal punto fuori dai canoni della consolidata iconografia sacra che i committenti pretesero delle sostanziali modifiche poco dopo la loro conclusione.

Ambrogio Lorenzetti, nonostante sia considerato uno degli artisti più importanti dell’Europa trecentesca, è ancora poco noto al pubblico per quel che concerne la sua grande produzione artistica. Gli studi – spesso di livello altissimo – si sono concentrati, infatti, quasi esclusivamente sui suoi affreschi del Palazzo Pubblico di Siena, le Allegorie e gli Effetti del Buono e del Cattivo Governo in città e nel suo contado, manifesti cruciali dell’etica politica delle città-stato italiane nella tarda età comunale e in specie del governo senese dei Nove. Ma la densità concettuale di questo insieme di affreschi ha messo in ombra il resto delle sue opere pittoriche. Si pensi che su Ambrogio Lorenzetti non esiste nemmeno una moderna e affidabile monografia scientifica. La mostra, preceduta da un’intensa attività di ricerca e dalle importanti campagne di restauro, rappresenta dunque l’occasione per provare a ricostruire la sua straordinaria attività.
Una tale iniziativa è possibile soltanto nella città di Siena, che conserva all’incircail settanta per cento delle opere oggi conosciute del pittore. Ma la mostra – grazie a una serie di richieste di prestito molto mirate (saranno esposte tra le altre opere provenienti dal Louvre, dal National Gallery, dalle Gallerie degli Uffizi, dai Musei Vaticani, dallo Städel Museum di Francoforte, dal Yale University Art Gallery) – ambisce a reintegrare pressoché interamente la vicenda artistica di Ambrogio Lorenzetti, facendo nuovamente convergere a Siena dei dipinti che in larghissima parte furono prodotti proprio per cittadini senesi e per chiese della città.
Il percorso espositivo della mostra sarà arricchito inoltre dalla presenza di un’audioguida in più lingue e da alcuni interventi videofilmati, sia di taglio informativo che di taglio suggestivo/narrativo.

La mostra è curata da Alessandro Bagnoli, Roberto Bartalini e Max Seidel, curatori anche del corposo volume che accompagna l’esposizione, mentre l’allestimento sarà progettato dallo Studio Guicciardini&Magni.

Le “teste composte di Arcimboldo” per la prima volta a Roma

Prima monografica a Roma, dal 19 ottobre 2017 all’11 febbraio 2018 presso la Galleria Nazionale d’Arte Antica – Palazzo Barberini, dedicata al protagonista dell’Altro Rinascimento, Giuseppe Arcimboldo.

In mostra una ventina di capolavori autografi, disegni e dipinti di Giuseppe Arcimboldi – nato a Milano nel 1526 – provenienti da Basilea, Denver, Houston, Monaco di Baviera, Stoccolma, Vienna, Como, Cremona, Firenze, Genova e Milano. Una vera rarità vista la difficoltà di ottenere i prestiti delle sue opere da altri musei e da privati.
La mostra, organizzata dalle Gallerie Nazionali di Arte Antica e da Mondo Mostre Skira, è curata da Sylvia Ferino-Pagden, una delle maggiori studiose di Arcimboldo e già Direttore della Pinacoteca del Kunsthistorisches Museum di Vienna.
Un volume, edito da Skira, accompagnerà ed esplicherà attraverso scritti della curatrice e di Giacomo Berra, Andreas Beyer, Giuseppe Olmi, Lucia Tongiorgi Tomasi, Shinsuke Watanabe, i temi trattati dall’esposizione.

Formatosi alla bottega del padre – nell’ambito dei seguaci di Leonardo da Vinci – Arcimboldo, pittore, ma anche poeta e filosofo, è celebre soprattutto per le famose teste composte di frutti e fiori.
Piuttosto evidente è il suo debito verso le deformazioni fisionomiche di Leonardo, ma ancor più palese è quello verso la straordinaria diffusione di enigmatiche decorazioni a grottesche e verso altre più esplicite elucubrazioni alchemico-pittoriche del tempo.

Nei suoi lavori nulla è come sembra: a volte basta capovolgere il dipinto per accedere a una realtà prima invisibile (il cesto di frutti o ortaggi che si trasforma in un volto), in altri casi l’artista invita l’occhio dei sapienti a decifrare simboli e allegorie rivelatrici di complesse corrispondenze tra microcosmo e macrocosmo.
La sua pittura brillantemente materiale canta dunque l’immaterialità dell’universo, aggiungendo elementi nuovi al filone cinquecentesco del “buffo” inaugurato dalle caricature di Leonardo e alla tradizione più antica delle grottesche, cui pure si ispira.

Grazie alle sue “bizzarrie” e alle sue “pitture ridicole”, è stato uno dei protagonisti della cultura manierista internazionale, esponente di una corrente artistica, scientifica, filosofica e umanistica lontana da quella classicheggiante della Roma dell’epoca. Apprezzato dalle corti asburgiche di Vienna e Praga, al servizio di Ferdinando I, Massimiliano II e Rodolfo II, Arcimboldo guadagnò persino il titolo nobiliare, rarissimo per gli artisti, di “Conte Palatino”.

In mostra notissimi capolavori come le serie delle Stagioni e degli Elementi, dipinti per i regnanti della Casa Reale d’Asburgo, L’Ortolano, Il Giurista e Il Cuoco, ma anche arazzi, ritratti e le vetrate realizzate per il Duomo di Milano, insieme ai preziosi disegni acquerellati per le feste della corte austro-ungarica, di cui l’artista fu vulcanico regista, costumista e scenografo.

E poi curiosi oggetti provenienti dalle wunderkammer imperiali, alla cui formazione Arcimboldo contribuì come artista e come consigliere, segnalando a Massimiliano II e Rodolfo II le più ardite meraviglie da acquistare.
Furono proprio i lunghi soggiorni a Vienna e a Praga, infatti, a regalare le maggiori soddisfazioni al pittore lombardo, al punto da meritargli il prestigioso titolo di Conte Palatino.
Se le sue composizioni conquistano per lo spirito giocoso, la figura di Arcimboldo è avvolta da un alone esoterico, era iniziato ai misteri della cabala e dell’alchimia, oltre che legato agli ambienti del Neoplatonismo caratteristici di certa cultura dell’epoca.

Dimenticato per lunghi secoli, Arcimboldo fu riscoperto nei primi decenni del Novecento da Dadaisti e Surrealisti, che lo apprezzarono per la vena ludica, il gusto per il mimetismo animale e vegetale, nonché per i rimandi della sua arte a realtà invisibili, pur non comprendendone appieno il simbolismo.
L’ artista venne considerato il più importante antesignano del Dadaismo e del Surrealismo.

Oggi la potenza visiva delle sue creazioni si commenta da sé: oltre il Manierismo cinquecentesco, oltre le avanguardie del Novecento, i capolavori di Arcimboldo veleggiano nel regno eterno delle icone, dove ogni spiegazione è superflua.
Francesca Di Giampietro

 

 

 

 

 

A ROMA AL VITTORIANO: MONET IL GRANDE MAESTRO IMPRESSIONISTA

Oggi mercoledì 18 ottobre alle ore 18,30 il Vittoriano di Roma inaugura la grande esposizione interamente dedicata a CLAUDE MONET.
La mostra, sarà visitabile dal 19 ottobre 2017 all’11 febbraio 2018 presso l’ Ala Brasini del complesso romano. Sessanta le opere esposte, tutte prevenienti dal Musée Marmottan Monet di Parigi, che raccoglie il nucleo più importante e numeroso della produzione dell’artista, le stesse che conservava nella sua ultima, amatissima, dimora di Giverny e che il figlio Michel donò al Museo.
Curata da Marianne Mathieu, storico dell’arte e vice-direttore del museo Marmottan, incaricata della Collezione Monet – la mostra segue tutto il percorso artistico del padre dell’impressionismo fin dalle celebri caricature, degli anni 50 dell’800, annoverati tra i suoi primissimi lavori, ai ritratti del figlio Michel, fino ai paesaggi rurali e urbani di Londra, Parigi, Vétheuil, Pourville, e delle sue tante dimore, inclusa una parentesi in Liguria testimoniata in mostra dal dipinto del castello di Dolceacqua.
La mostra presenta le molteplici sfaccettature del lavoro di Monet restituendo la ricchezza artistica di un così grande maestro che trasponeva la natura direttamente sulla tela, fino a tramutarsi in essenza, in respiro vitale.
Dalla natura alla tela, e viceversa dalla tela alla natura , in questa direzione e’ stato ideato il suggestivo allestimento della mostra, tale da dare realmente al visitatore la sensazione di passeggiare nel viale delle rose, fra gli inquietanti salici piangenti e le monumentali ninfee. L’artista, grande appassionato di giardinaggio, intorno al 1890 trasferitosi nella dimora Giverny, inizia a plasmare il giardino come un tableau vivant facendone il suo soggetto prediletto, quello che dipingerà fino alla morte. Le ninfee dipinte in serie a partire dal 1903 si trasformano in “una vera e propria ossessione”, fino a diventare un soggetto a sé stante.
Monet ha trasformato la pittura en plein air in rituale di vita, senza mediazione alcuna. Tra la luce assoluta e la pioggia fitta, tra le minime variazioni atmosferiche e l’impero del sole, tramutava i colori in tocchi purissimi di energia, dissolvendo l’unità razionale della natura in un flusso indistinto, effimero eppure abbagliante. I colori evanescenti e sfumati, la campagna francese e la natura in ogni sua fase ritornano in ogni sua opera: tra i capolavori in mostra Ritratto di Michel Monet neonato (1878-79), Ninfee (1916-1919), Le Rose (1925-1926), Londra. Il Parlamento. Riflessi sul Tamigi (1905).
In mostra anche la ricostruzione digitale di Water Lilies. Il quadro distrutto in un’incendio nel 1958è stato ricostruito dallo staff di Factum Arte, usando la tecnologia per rimaterializzare un’opera d’arte andata perduta. Sky Arte a primavera, manderà in onda in Italia, Germania ed Inghilterra un documentario che ripercorrerà la storia del dipinto.
Sotto l’egida dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, con il patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (MiBACT) e della Regione Lazio, la grande retrospettiva è organizzata e prodotta dal Gruppo Arthemisia in collaborazione con l’Assessorato alla Crescita culturale-Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali di Roma Capitale.
La mostra vede come sponsor Generali Italia, sponsor tecnico Trenitalia e media partner Radio Dimensione Suono. L’evento è consigliato da Sky Arte HD.
Le audioguide della mostra sono offerte da Generali Italia.

FRANCESCA DI GIAMPIETRO

 

“HUMAN LANDSCAPE”, LE CHINE E I GESSETTI DI ROBERTO DI COSTANZO A ROMA

LA MOSTRA – La mostra “Human Landscape”, curata da Francesca Anfosso, inaugurerà giovedì 12 ottobre alle 19 presso Galleria 28, in Piazza di Pietra, a Roma, e sarà visitabile sino a metà novembre. Ingresso gratuito. Le opere, una ventina in tutto, di varie grandezze, sono distribuite su due livelli: al primo si concentreranno gli elementi “human”, tra sguardi, mani e corpi, mentre al secondo prevale la parte “landscape”, con un forte richiamo ad elementi architettonici e urbani.

“Dopo la mostra nel 2015, Roberto Di Costanzo torna tra le mura della Galleria 28 – spiega la titolare della galleria Francesca Anfosso – E lo fa in grande forma, con un’esposizione che coniuga il vecchio e il nuovo, la ricerca e la conferma, tra nuovi soggetti e un excursus del vissuto, stilistico e artistico, del giovane artista”.

Per l’artista, docente di anatomia artistica e ritrattista, il corpo è uno strumento indagatorio, custode dell’anima, metafora di un sentire più aulico non sempre visibile. I dettagli anatomici vengono per la prima volta descritti su notevoli formati, esaltano espressioni interiori del sentire a ricreare un paesaggio di occhi, mani, piedi.

“Non solo dettagli anatomici in grandi dimensioni – aggiunge l’artista – ma anche una forte attenzione nei confronti dell’architettura, perché è lì che si muove l’uomo”. Nel secondo piano, infatti, incontriamo una installazione che simula il suo cabinet d’artiste e la sua provenienza accademica, attraverso disegni preparatori, incompiuti, progetti e libri, con soggetti che raccontano la sua Roma.

L’ARTISTA – Roberto Di Costanzo è ritrattista illustratore, pittore e docente di storia del costume e disegno dal vero. Dopo l’ Accademia di Belle Arti di Roma indirizzo scenografia teatrale, spinto dal grande amore per il cinema, accede al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, dove seguito dal Maestro costumista Piero Tosi, suo mentore,si diploma in scenografia, costume ed arredamento per il cinema. Contemporaneamente cresce l’ interesse per l’ illustrazione che lo porterà a lavorare su progetti editoriali di rilievo in Italia e Francia.
Dopo numerose mostre personali personali in Italia, su invito del Maestro Pierre Cardin espone presso l’Espace Cardin a Parigi, presentandosi al pubblico francese nella veste di illustratore e ritrattista. A queste seguiranno le esposizioni presso la Casa dell’ Architettura di Roma, l’Istituto di cultura francese (Centre Saint Louis) e il successo della mostra “Sotto casa di Federico”, tributo a Federico Fellini, in via Margutta. Dopo la mostra “Accademia e l’ Eros” nella splendida via Giulia, Di Costanzo continua il suo percorso espositivo nel cuore della capitale. Attualmente è docente di storia del costume presso l’Accademia del Lusso di Roma e l’Accademia Italiana. Conduce inoltre seminari di disegno e pittura.

MANNEQUIN DI ANGELO SAVARESE.LA PERFETTA UNIONE TRA ARTE E POESIA

In occasione di Rome Art Week 2017, la Galleria Pavart di Velia Littera presenta giovedì 12 ottobre alle ore 18, il progetto artistico denominato “Mannequin” di Angelo Savarese. Partendo dall’ormai più che riconoscibile stile “Savarese” l’artista reinterpreta ognuno dei sette manichini in mostra legandoli a una poesia scritta anche su tela a parte.
I testi delle sue poesie vengono quindi trascritti, sia sul manichino, che sulla tela, rafforzando dei concetti forti sui percorsi di vita di ogni essere umano, così cari all’artista. Artista/Poeta, Manichino/Tela, sono queste le fusioni necessarie per esprimere pensieri nascosti dietro una maschera, riflessioni che provocano l’osservatore con temi intimi e profondi, sia visivamente, attraverso la maestria con la quale ricrea i manichini, sia con la tela sulla quale sono impresse le sue poesie. “Mannequin” è un recente progetto artistico legato ai temi quali la solitudine, la repressione, la tristezza, la sofferenza dell’essere umano contemporaneo che portano Savarese a dialogare con dei manichini, ai quali egli dona un “imprinting” di parole, materia e colori, nel tentativo di umanizzarli: un chiaro grido di aiuto per salvare le nuove generazioni dai pericoli di questo mondo così falsamente globalizzato, tecnologico e “wifi”!
“Il MISTERO della vita è attraversato da un VELO che nasconde la voglia di essere LIBERI e senza paure, quelle stesse paure che spesso mi tormentano creando il VUOTO e rimango senza RESPIRO, mi rimane il dubbio di aver sprecato LA MIA VITA”, Angelo Savarese.
Durante la serata del vernissage è prevista la partecipazione straordinaria della scultrice Roberta Morzetti, oltre agli attori Simone Farinon e Marta Nobili che interpreteranno LIVE delle poesie e al musicista Alessio De Simone che suonerà l’handpan, strumento musicale a percussione originario delle Isole Trinidad.